mercoledì 10 novembre 2010

Gli animali dei ghiacci



Sto seduto al bancone di un bar di via Settevalli. Guardo l’insegna “poker room” sopra la porta dietro al biliardo.
È un miscuglio di saliva, poltiglia di arachidi e schiuma di birra, quello che zampilla dalla bocca di questo vecchio, quando decide di parlarmi.
- Ne serve di coraggio per entrare in quella sala.
Non gli rispondo, tiro giù un sorso della mia birra e mi passo la mano sulla bocca.
- Questa sera poi dicono che verrà il Pinguino a giocare - continua il vecchio.
- È un buon giocatore? - gli chiedo.
- Qui non si è mai visto, non lo conosce nessuno, però ha telefonato oggi e ha riservato un posto per il cash.
Sono le 23. Entro nella sala. Mi dirigo al banco per cambiare i soldi con le fiches. C'è una ragazza. Mastica gomma americana con la bocca spalancata, ha i capelli piatti e appiccicati al viso. Non avrà neanche venti anni. Le dico "duemila" e le chiedo d'indicarmi il tavolo. Con la lingua rivestita punta verso destra, mi sorride e fa l'occhiolino.
Davanti a me c'è un pelato con la camicia hawaiana e il gilet di pelle, ha il braccio sinistro di due tonalità più abbronzato del destro, deve essere un camionista. Alla sinistra del mazziere un ragazzo che ascolta l'Ipod e muove la testa freneticamente. Alla mia destra un uomo che cerca di trattenere il tremore alle gambe, è molto magro e pallido, vestito con un largo abito grigio e una cravatta a fiori. Il vecchio di prima prende posto alla mia sinistra.
Ho trentadue anni. Gioco da quando ne avevo sedici. Gioco perché mia madre se n'è andata con un professionista di poker, lasciandomi solo con mio padre.
I primi giri osservo soltanto. L'uomo alla mia destra, ogni volta che il mazziere lo guarda, mette le fiches sul tavolo. Uno di quelli che in gergo viene definito "maniac". Gioca tutte le mani, non molla un colpo e anche quando è certo di aver perso punta i suoi ultimi soldi. Dopo neanche un'ora sarà andato al bancone delle fiches almeno tre volte.
A guidare il gioco è il pelato che mi sta di fronte. Ha un consistente gruzzolo davanti a sé, tutto sparpagliato per il panno. Non lo sopporto. Le fiches devono essere sempre sistemate per far vedere agli avversari quanto ti puoi giocare. Che non fosse un giocatore leale l'ho capito subito dopo.
Nell'ultimo giro di carte ho sentito lo schiocco. Quando le dita si stancano, capita che si formino piccoli crampi alle mani e mentre il mazziere dava le carte ho sentito l'indice e il pollice scontrarsi. Questo avviene quando il bastardo cerca di far passare la carta, messa appositamente in fondo, di sopra. Dato per certo che il mazziere e il pelato erano d’accordo decido di non entrare in nessuna mano fino alla pausa.
Alla pausa mi alzo e seguo il Mazziere che si dirige al bancone. Il compare, per non dare nell’occhio, rimane fermo al tavolo a contare le fiches.
- Che vuoi offrirmi da bere per cercare di corrompermi? - dice, sorridendomi appena mi siedo e lo guardo in faccia. Esplodo in una espressione infantile, annuendo e sorridendo a tempo gli rispondo:
- Tu adesso vai dal floorman e gli dici che devi andare a casa perché ti fa male la pancia.
- Cosa? La pancia, ma sei impazzito? - mi dice cambiando totalmente espressione.
- Rilassati bello, ho visto il giochetto che hai fatto col tuo amico testa d’uovo, ma ora mi sono
stancato, il pollo lo avete ripulito e voglio giocare.
- Non so quello che dici, io..
Alzo la giacca e gli mostro la mia amica Bobcat infilata nella cintura dei pantaloni.
- Sorridi! - mentre gli do un colpetto sulla spalla fingendo di scherzare. Il riporto di capelli del tipo s’impregna di sudore mostrando quasi completamente la sua testona bianca.
- Bravo, vedi che stai già cominciando a stare male?
Si alza e come uno zombie si dirige verso il direttore di sala. Il floorman appunto.
È ora di ricominciare. Mi risiedo al mio posto mentre il nuovo mazziere inizia il primo giro. Il pelato si gratta le tempie. Il maniaco probabilmente nemmeno si è accorto del cambio, tanto ha la testa infilata tra le braccia per aver perso tutto quel denaro. Il vecchio, seduto vicino a me, abbassa la testa portandola davanti alla mia. - Secondo te il pinguino è al nostro tavolo?
Alzo le spalle come risposta. - Secondo me no! - continua - Angelo è l'unico che vince e lo conosco, non è lui, gli altri per ora hanno fatto giocate troppo stupide per essere professionisti.
- Potresti essere tu vecchio, in fondo io non ti conosco - gli rispondo.
- Magari essere tanto bravo da meritarmi un soprannome al tavolo - mentre rialza la testa e si mette al suo posto per leggere le carte.
Guardo le dita dei miei avversari accarezzare il panno verde, giocarci sopra con le fiches, sembrano piedi di bambini che corrono su un prato. Nessuno di questi è un vero giocatore.
Andavo a caccia dei professionisti di poker. Nei sottobar, nelle bische, in appartamenti "sicuri". Mi facevo invitare da gente conosciuta ai tavoli, dove avevo perso apposta per farmi cucire addosso l'immagine del pollo e poi in un'altra sera, quella vera, giocavo come sono capace e portavo via almeno dieci volte la somma investita.
In meno di un'ora tolgo tutte le fiches al pelato. Lascio stare gli altri, dico loro di lasciare perdere il tavolo cash per non rischiare di rimanere in mutande molte presto.
Offro da bere al vecchio che questa volta non mi fa domande, ma mi guarda con aria d'intesa.
Le persone sono le carte che hanno in mano. Io riuscivo a far credere a tutti che stavo giocando con il punto più alto del loro. Il mio sangue di alligatore. Questo è un dono che mi ha dato la vita da un giorno all'altro.
Di quel giorno preciso mi ricordo il rumore della macchinetta radiocomandata. Ero seduto per terra. Avevo cinque anni. Una salopette rossa di velluto, scalzo davanti alla terrazza. La SuperFox della Nikko entrava e usciva dal finestrone saltellando sul bordo delle mattonelle.
Mia madre mi venne dietro, tenendomi le mani sugli occhi e avvicinandosi mi disse:
- Ti ricordi quel film che abbiamo visto qualche giorno fa, quello sugli animali dei ghiacci?
- Ricordo la voce calda e a tratti singhiozzante.
- Ti ricordi che la mamma del cucciolo doveva partire per tanto tempo e lo lasciava con il papà?
Mossi la testa in su e giù, stretta ancora tra le sua mani che ora iniziavano a tremare.
- Vedi piccolo mio, anche tua madre ora deve partire per tanto tempo, ma vedrai, ritornerò come fanno le mamme di quei cuccioli, tornerò piccolo mio, tornerò cucciolo mio.
Ricordo le lacrime calde sui miei capelli neri. Ricordo che liberai la testa e la guardai. "Mamma non piangere" le avrei voluto dire.
Mi voltai per non vederla piangere. La macchinetta radiocomandata si era cappottata e le ruote continuavano a girare nel vuoto.
Le ultime parole che sentii da mia madre furono:
- Ciao cucciolo, ciao pinguino mio.

1 commenti:

Biancaneve ha detto...

Bello anche questo.
Bello il riferimento al "pinguino" il cui significato viene svelato solo sul finale.