giovedì 29 dicembre 2011

è quando piove che si alzano le mani,
che ti specchi nell'asfalto.
Quando gli arcobaleni
ti si attaccano alle scarpe.

Porte scorrevoli


Quel giorno scorrevo per le vie
quando Dio decise di strappare via
i colori, come una porta che scorre
sgocciolarono orizzontalmente.

E rimasero i contorni, a matita,
degli esseri che ancora resistevano
imperturbabili, per i negozi
con le borse piene, nei loro movimenti.

Passavo una mano sulle loro spalle
e li cancellavo, esistevano come
lamenti di agnelli nel deserto
o si attaccavano alla carta moschicida.

Ho mostrato a tutti, sempre, la mia
anima, ho fatto sì che fosse possibile
morderla,  ma coloro che ne avevano
bisogno la baciavano.

domenica 18 dicembre 2011

L'oppio dei poveri


Mi trovo dopo tanto tempo davanti a Romeo, uno dei miei amici d’infanzia e non so cosa dire. Perciò ricorderò con lui il periodo e, più in particolare, il giorno che cambiò le nostre vite.
Romeo era fatto di burro, o meglio, sua madre diceva che lui e i suoi amici, cioè noi, non valevamo niente, sapevamo solo lamentarci, stare a letto col termometro in bocca a fare la lagna. Sua madre, la Doris, a letto non ci stava mai. Quando aveva la febbre, pure se era inverno, usciva di casa con le maniche corte per tagliare la legna. Aveva mille acciacchi ed era piena di problemi di salute.
Il padre di Romeo per portarla al controllo dal medico la doveva trascinare di forza fuori di casa, infilare in auto e chiuderla dentro con la sicura. Pure i finestrini non poteva abbassare, altrimenti sarebbe saltata fuori di sicuro. La Doris col dottore non ci parlava. Entrava nel suo studio, sputava per terra e ghignava ad ogni suo rimprovero. “Doris le medicine, le devi prendere” e lei gli mostrava i denti, “devi smettere di bere, ha la pressione alta, un cuore debole, ti serve un pacemaker”. Sveniva due o tre volte al giorno, anzi no, non sveniva, per quelle due o tre volte al giorno moriva. Romeo si metteva le mani davanti alla faccia e suo padre chiamava la Croce Rossa. Quando l’ambulanza arrivava, gli infermieri e il dottore trovavano la vecchia Doris in cucina che preparava l’impasto per la torta salata con una bottiglia di birra vuota sopra la tavola.
Sua madre diceva che Romeo era fatto di burro, io che era fatto di soldi. Non gliene vedevamo mai tirare fuori uno dalle tasche, neanche un centesimo. Servono per le medicine di mia madre, diceva. Cazzate, la vecchia le medicine le dava ai polli. Avevamo sedici anni e non avevamo mai niente da fare, perciò passavamo i pomeriggi fuori dalla bottega di Paolo il matto a pensare a qualcosa, mentre i nostri vecchi tornavano dai loro lavori e si riempivano di “oppio dei poveri”. Mio padre, per esempio, tornava a casa dalla fabbrica alle cinque e un quarto. Entrava in casa senza neanche salutare, andava in cucina, apriva il frigo e prendeva una bottiglia da zero sessantasei. La stappava e si lasciava crollare, ad ogni sorso, sempre più all’interno della gommapiuma. Per gli altri genitori era più o meno lo stesso. Tutti con i loro lavori massacranti e le loro giornate di merda, finché non arrivava la benedetta sera per potersi rilassare e intorpidire l’anima dalla birra.

Prima eravamo in tre: io, Romeo e Gigino Mazzagatti. Poi, un giorno, arrivò una ragazza, magra, coi capelli castani chiari e gli occhi del colore dei parabrezza controsole. Portava una canottiera chiara e i pantaloncini di jeans. Si avvicinò a noi, seduti sulle nostre biciclette, e rimase lì senza dirci niente. Incominciò a seguirci.
Le prime volte che ci vedemmo non parlò, forse per un mese. Poi un pomeriggio Gigino disse: “A casa mi hanno portato due criceti, che ne dite?” e lei per la prima volta ci parlò: “Andiamo a bere birra”. “Come ti chiami”, le chiesi, “Bodanka”, mi rispose. Decidemmo di anticipare i tempi: iniziammo a bere birra tutti i pomeriggi. Arrivammo alla conclusione che non vale la pena di spaccarsi il culo per arrivare ad un’età dove i rimpianti ti avranno mangiato il fegato e seccato il cuore.
Fu una svolta. La prima volta andammo a casa mia. Noi tre, i maschi, ci sedemmo sul divano e lei andò al frigo, la guardammo chinarsi in avanti, aprire lo sportello e prendere le birre. Avevamo le bocche aperte. Stappava le birre e ce ne dava una per uno. Mi prese una strana voglia quel giorno. Andai in camera di mio fratello e tornai con una scarpa da ginnastica. Tirai fuori una bustina e la mostrai ai miei amici. “Qualcuno di voi sa come si fa?”, Bodanka alzò la mano.
Rimase seduta, strinse le cosce e vi sistemò la bustina. L’aprì. In una mano posizionò l’erba e con l’altra prese una cartina. Fece proprio un bel lavoro. La fumammo tutti, fui felice perché la vedevo sorridere di gusto. Mi chiese di usare il bagno. L’accompagnai. Quando entrò prese la mia mano e mi tirò dentro. Avevo i suoi occhi a due centimetri dai miei e mi sembrava che bruciasse  ogni punto della mia carne che guardavano. Non avevo mai baciato una ragazza. Socchiuse gli occhi e aprì leggermente le labbra. Tremai e indietreggiai, attaccandomi alla porta del bagno. Con la mano riuscii ad afferrare la maniglia e dicendole “fai pure con comodo” uscii, incapace di guardarla in faccia e pentendomi subito per quello che avevo fatto. Tornai in sala dagli altri. Erano rimasti seduti, congelati. Solo le teste dondolavano un po’. Gli sguardi puntati sul nulla. Sentii Bodanka uscire dal bagno, volevo riprendermi dalla figuraccia. Le andai incontro sorridendo. Evitò il mio sguardo. Si mise a sedere vicino a Romeo. Lui dondolava la testa e lei lo abbracciava, sempre più stretto. Poi lo baciò sulle guance. Andai al frigo e presi altre birre. Una lattina per uno. Così si staccò da quel parassita. Si fece quasi ora di cena e se ne andarono. Li osservai dalla finestra, Gigino davanti e Romeo e Bodanka dietro. Dovevo assolutamente rimediare.
Il giorno dopo, seduti sulle nostre bici, aspettavamo Bodanka davanti alla bottega di Paolo il matto. La osservammo sistemare i capelli dietro le orecchie prima di attraversare la strada con un rapido, quanto delizioso, scatto di corsa. Aveva messo un vestitino rosso a fiorellini con i bordi ricamati. “Andiamo a casa tua?” mi chiese. “Da me non si può, c’è il mio vecchio a casa in mutua”, avevo messo in atto la prima parte del piano per mettere in ridicolo quell’inutile ameba di Romeo. “Ho portato l’erba però, che ne dici Romeo se andiamo a casa tua?”, con quella svitata di sua madre sai che figura di merda che gli farà fare, pensai. Bodanka gli strinse l’avambraccio e gli sorrise ansiosa. Sai la vecchia Doris che numeri che tirerà fuori, pensai. Romeo mosse la testa in avanti come un piccione e, dopo aver fatto salire Bodanka sulla canna della sua bici, diede una pedalata incerta. Incerta, per il peso che la sua forza di uomo fatto di burro poteva sorreggere; certa, per la figura di merda con sua madre, davanti alla sua nuova ragazza che lo aspettava.
La Doris sembrava una guardia svizzera davanti alla porta di casa.
“Mamma, che fai qui?” le chiese Romeo. “Devono chiamare per i risultati degli esami” rispose, tenendo le braccia conserte e il mento alto.
“Ma se suona il telefono come fa a rispondere?” le chiese Bodanka. La Doris la squadrò dagli occhi fino alle ginocchia. Già cominciavo a pregustarmi l’amara figuraccia per Romeo.
“E tu?” chiese a Bodanka. “Cosa?” rispose la ragazza.
Doris ci squadrò uno per uno. Passò dal viso di Gigino, ancora seduto sulla bici e con le braccia appoggiate al manubrio, a me che subito abbassai lo sguardo. Finì per atterrare in mezzo agli occhi azzurri di Bodanka. Ecco, quello che stavo aspettando. Doris avrebbe detto sicuramente qualche cosa di offensivo e spiacevole nei confronti della nostra nuova amica che sarebbe stata costretta a cambiare il suo punto di vista su Romeo.
Mentre la vecchia stava per spalancare le fauci, Romeo gridò: “Mamma, il telefono!”. “Io non mi muovo” rispose la Doris.
Rimase là, ancora, con le braccia conserte e il mento alto a sfidare il cielo. Romeo corse in casa a rispondere al telefono. Ne uscì, qualche minuto dopo, singhiozzando. “Femminuccia!”, esclamò sua madre che subito scrollò la testa e rientrò in casa.
Andammo vicino a Romeo. Bodanka gli si attaccò alla spalla. “Grave?”, gli chiesi. Annuì rapidamente tirando su col naso. “Che si fa?”, chiese Gigino. Nessuno gli rispose. La Doris uscì di casa con una valigia in mano. Si fermò davanti al figlio e gli disse: “Stai attento a tuo padre, beve troppo”. Romeo strinse gli occhi, non ebbe  la forza di rispondere. “E voi, che intenzioni avete di fare con le vostre vite?”. Nessuno provò a risponderle. Romeo le chiese: “Che fai con la valigia?”.
“Africa, pelandrone!” gli rispose, e dondolando sui tacchi si avviò verso la strada.
Le parole della madre di Romeo furono lame di ghiaccio che s’infilarono nelle nostre gole. Provammo vergogna per noi stessi, per le nostre vite, per i nostri genitori, per le biciclette, la terra che calpestavamo, i sassi che scalciavamo. Da lì in avanti ci sentimmo in obbligo di cambiare le nostre vite. Gigino fu il primo a proporre qualcosa: “Rapiamo i cani dei ricchi e chiediamo il riscatto”.  Guardai gli altri due. Romeo stringeva i pugni e singhiozzava, Bodanka stava con lo sguardo basso e ogni tanto si metteva una ciocca di capelli dietro l’orecchio. La proposta di Gigino non li aveva entusiasmati. “Scappiamo”, dissi. Sentii la loro attenzione diventare corrente elettrica che mi stava avvolgendo. “In Africa?” chiese Romeo. “Ovunque”, risposi, “l’importante è che ce ne andiamo da qui, non voglio finire come il mio vecchio”. “Neanche io”, mi disse Romeo, asciugandosi le lacrime coi polsi. “Prendiamo gli zaini e andiamo alla stazione”, fece Bodanka. Gigino alzò le spalle, fece una smorfia e ci seguì.
L’appuntamento era al negozio di Paolo il matto per prendere un po’ di roba per il viaggio. Riempimmo gli zaini di lattine di birra. Da mangiare prendemmo qualche snack dolce e un pacchetto di patatine. Uscimmo dal negozio. Faceva proprio schifo, saranno stati vent’ anni che non si degnava di dargli una sistemata. Gigino era accovacciato a terra, sul marciapiede a  punzecchiare un gatto morto. “Lo hai ammazzato tu?”, gli domandai. Gigino lo prese per la testa e parlò come fanno i ventriloqui: “Sono stato investito dall’auto di uno stronzo”, mi rispose muovendo la testa del povero micio. “Cammina idiota, e se hai intenzione di mangiare le patatine, lavati le mani prima”.
Ci incamminammo. Oltrepassammo il bar del nostro quartiere, dove non ci volevano perché eravamo troppo giovani; i giardinetti, dove le madri con le carrozzine non ci volevano perché eravamo troppo grandi e davamo fastidio col pallone e con le grida ai loro marmocchi.
Ci lasciammo dietro le spalle, quel quartiere e quella gente che non ci voleva e, come superammo il ponte del Tevere ci sentimmo subito meglio. Avevo pure smesso di controllare Bodanka e Romeo, l’incontro con la Doris doveva aver funzionato, i due non si abbracciavano più e non stavano più sempre attaccati.
Arrivammo alla stazione. Non c’era molto da scegliere, c’era una sola direzione che portava da qualche parte: “Perugia”. Feci i biglietti per tutti e salimmo in treno. C’era poca gente perciò trovammo posto tutti e quattro vicini. “Da Perugia, io direi, di prendere per Ancona”, dissi, aprendo la prima lattina di birra. “E dopo?”, chiese Bodanka. “Andiamo verso sud”, propose Romeo. “Perché no? Andiamo dove ci pare”, e allungai le gambe in mezzo a quelle di Bodanka seduta di fronte a me. Cominciammo a bere una lattina dopo l’altra. E ad ogni fermata il vagone si riempiva di gente. Persone di colore, anziane con i fazzoletti in testa, studenti con cartelline plastificate piene di squadre, righe e album da disegno. Tutti ci guardavano male. “Che avete da guardare?”, chiese ai curiosi Bodanka, non riuscendo a frenare una risata che le fece venire la tosse. Un’anziana ci venne a parlare: “Non siete troppo giovani per bere così tanto?”, ci chiese. “Non sono cazzi tuoi!”, le rispose la nostra amica. “Miao, miao!”, Gigino cominciò a miagolare davanti alla faccia della signora. “Che ti prende ragazzo? Non sei normale? Vedete poi come vi riducete a bere così tanto!”, ci disse. Gigino prese lo zaino e tirò fuori il gatto morto che aveva raccattato per strada senza farsi vedere da noi e lo attaccò alla faccia dell’anziana. La povera donna gridò e abbassò la testa cercando di divincolarsi, e una volta che ci riuscì si allontanò e uscì dal nostro vagone. Così fecero quasi tutti gli altri e noi quattro, e il gatto che Gigino tratteneva in grembo come un pargolo, potemmo continuare tranquillamente la nostra fuga.

Quel giorno la vecchia Doris ci aveva palesemente detto di andarcene da qual quartiere, da quella città, di vedere il mondo, di vivere le nostre vite. Noi avevamo preso quel suggerimento come una guerra da combattere, una guerra col passato con le nostre radici più profonde, con i nostri genitori. Quel giorno sbagliammo tutto, facemmo solo un grande casino, ci ritrovarono infatti ubriachi e affamati dopo Pescara a dormire nel bar di una stazione ferroviaria. Quel giorno i nostri genitori ci riportarono a casa, fummo quasi felici di riabbracciarli, ma dentro di noi ci facemmo la promessa di ripartire, di fuggire al momento giusto, una volta per tutte. Anche a costo di non rivedersi più. E infatti lo facemmo, tutti, anzi no. Romeo rimase nel quartiere e, come gli altri, iniziò a lavorare in fabbrica e a bere tutte le sere.

Oggi, dopo quasi venti anni, abbiamo l’occasione di stare di nuovo tutti e quattro assieme nel vecchio quartiere. Gigino si è lasciato crescere la barba e si fa chiamare Dottor De Santi, è diventato un politico e si è sposato con Bodanka. Lei è sempre bella, anche vestita con l’abito scuro. C’è anche Romeo, o meglio, è per lui che siamo qui. Ora non lo possiamo più vedere. Sul cemento fresco hanno messo un foglio di carta con il suo nome e due date, non era ancora pronta la lapide. Anche lui, a suo modo, ha deciso di partire, di lasciare il quartiere. Una sera, ha aperto la finestra e ha spiccato il volo, certo che non sarebbe più tornato.

Mentre il prete dà l’ultima benedizione con l’acqua santa e i muratori risistemano gli attrezzi, sento una voce che mi elettrifica le spalle e la nuca: “Lo avevo sempre detto che era fatto di burro”.

L'ultima opportunità


Carmen passeggiava per la stanza mordendosi le unghie.
- Ho fatto un po’ tardi, mi sono fermato con un collega a parlare di lavoro - sembrò che non mi avesse neanche visto entrare.
Per definire il matrimonio utilizzo spesso una metafora: la vita da single è un bagno caldo, lento e gustoso, la vita di coppia è una doccia fredda e fatta in fretta.
Per i primi anni mi sono piegato ai doveri, prendendo la relazione con la donna che avevo sposato come un lavoro. Poi sono arrivate le prime incomprensioni. Stupidaggini, per chi le vedeva da fuori. Insormontabili, per noi; con nessuno dei due disposto a retrocedere di un solo passo di fronte al nemico. Così decisi di riprendermi i miei spazi. Quando mia moglie voleva litigare, mi chiudevo in bagno e riempivo la vasca.
Riscoprii il mio corpo. Ammiravo le forme che facevo con le mani sul pelo dell’acqua, provavo tenerezza per il mio sesso raggrumato, m’immaginavo un fotografo che coglieva l’inquadratura delle mie gambe sott’acqua con i peli che nuotavano. Che avevo fatto di male? In fondo avevo deciso di prendere un po’ di spazio in più per me, ne avevo il diritto. Per un’ora al giorno lasciavo fuori dalla mia vita lei e mia figlia. Anche gli psicologi che parlavano in televisione consigliavano a tutti di prendersi un po’ di tempo per se stessi.
Ma Sara non lo capì. Una sera uscii dal bagno e non la ritrovai più. Neanche un biglietto di addio, neanche un vaffanculo. Uscii dal bagno asciugandomi la testa e guardai mia figlia Carmen, ormai ventenne: - Ci pensi tu alla cena? - le chiesi e andai a vestirmi.
Mi domandai tante volte perché mia figlia fosse rimasta con me. Perché scelse i miei gilet marroni, le mie pantofole, la mia alopecia. Che cosa mai le avrei potuto offrire?
Per un po’ funzionò. La sera rientravo dal lavoro, posavo la borsa di pelle sulla sedia e mi mettevo a tavola. Carmen, stava ai fornelli, mi chiedeva com’era andata al lavoro e io le mugugnavo qualcosa da dietro il giornale. Non era, poi, tutto uno schifo. Coi miei era durata una vita intera. Qualche volta mi chiedeva di uscire, di andare al cinema o a cena fuori. Come risposta mi toglievo gli occhiali e la guardavo con un gesto di rimprovero.
Quella sera rientrai più tardi del solito, mi ero fermato una mezz’ora in più al bar con i colleghi dopo il lavoro. Che c’è di male Santiddio, un uomo che lavora tutto il santo giorno, si spacca il culo per sua figlia, per farla andare all’università e avere una vita serena, non può prendersi qualche momento di pace e serenità con gli amici?
La cena non era pronta. Andai in camera sua, ma non entrai, rimasi sulla soglia. Mi sembrò come se un demone le fosse entrato in corpo e l’avesse fatta vestire da sgualdrina. Come una di quelle stupide che si vedono in televisione, tutte uguali, coi loro trucchi pesanti, i seni in bella vista e le gambe scoperte.
Suonò il campanello. Carmen si arrestò di colpo e avanzò verso di me, mi strattonò per passare.
- Chi diavolo sarà a quest’ora? - chiesi ad alta voce.
Vidi Carmen andare alla porta, aprirla e sorridere stringendo gli occhi. Un uomo entrò e l’abbracciò. Era un vecchio, molto più di me, con una corporatura robusta, un grosso faccione quasi giallognolo e folti capelli lisci e grigi pettinati all’indietro.
- Questo è Marcello -  mi disse mia figlia.
- Che vuol dire “questo è Marcello? Chi sarebbe Marcello? - le chiesi sistemandomi gli occhiali. 
- Marcello è il mio uomo. - mi rispose.
- Mio.. mio.. tuo nonno, vorrai dire - le risposi, stringendo i pugni.
- Non offenda signor Semplici. Io e sua figlia ci amiamo, vedrà che si troverà bene con me. Sono un uomo ricco, non le farò mancare nulla, con me avrà una bella vita, glielo assicuro.
Carmen mi fissò, con la sua bocca ansiosa di commentare ogni mia risposta. Ciò non avvenne, li oltrepassai e mi chiusi in bagno. Sentii piangere, poi alcuni passi verso la cucina e, infine, sbattere la porta.
Riempii la vasca. Chiusi gli occhi e mi immersi in quel tepore benefico. La nebbiolina, presto riempì il bagno. Avevo fatto bene. Lasciarla andare era stata la decisione migliore. Ho fatto di tutto per lei per farla vivere serenamente ed ora che ha trovato l’amore non posso negarglielo, in fondo sono suo padre, non il suo padrone. Uscii dal bagno e decisi di prepararmi qualcosa da mangiare. Trovai un biglietto sulla tavola.
“Caro papà, se leggerai questa lettera vorrà dire che non ci vedremo più. Questa era un’ultima opportunità che una figlia, ancora piena di affetto, ha voluto dare al proprio padre. Marcello non è il mio uomo, è il mio professore di recitazione. Ah, già, tu non sai nemmeno che ho lasciato l’università e sto seguendo un corso di teatro. Questa sera non so come farò a non scoppiare a piangere se tu non mi fermerai. Spero sinceramente che non lascerai andare via di casa tua figlia con un uomo di quarant’anni più vecchio solo perché è ricco e le può assicurare un futuro sereno. Ho paura invece, perché ti conosco, che non farai niente, come non hai fatto niente per mamma. A proposito, vuoi sapere perché sono rimasta con te, invece che andare con lei? Perché tu non sei scappato, perché pensavo che tu vivessi per me e che mi volessi bene. Ma voler bene è gioia di stare assieme ad un altro e dentro di te c’è solo una grande e infinita tristezza e se allora è così, significa che è anche colpa di chi ti sta attorno e quindi credo sia giusto che tu ricominci da capo anche se dovrai farlo da solo.”

domenica 18 settembre 2011

Primo giorno di luce

Puoi passare giornate intere
a guardare gli aerei passare
ma dovrai spezzare le tue ossa
e lasciarti andare nel fiume
per capire di non essere un uomo
che la pace è nella guerra,
e il bello non vive di forme
Perché i sorrisi migliori
nascono sotto la pioggia.
Dove basta una mano,
quando la quiete,
non è nella solitudine.

domenica 28 agosto 2011

La vita, tra le foglie di un geranio.

La terra crepa
l'erba selvatica ritira.
Una ragnatela cattura
...una vespa per le ali;
il ragno tira le sue trame,
un calabrone accorre
- lo credo soccorrere
la piccola in difficoltà -
ma poi con le sue fauci
divora la sua testa
e parte del suo corpo
lasciando al ragno,
come razione, solo
un po' della sua coda
e a me, seduto, ancora
più incertezze sulla vita.

sabato 30 luglio 2011

sei un essere che ancora non conosci

Guardati
e trova la forza di dirtelo
hai gli occhi aperti
quindi sai che, così, non può riuscire
perché lo hai sempre chiamato sogno.
Dillo!
"Non valgo molto, non ne sono capace”.
È stata colpa tua, della tua preparazione.
Il percorso che hai seguito
non è stato quello giusto
ma, credimi, non importa,
perché ora che hai davanti
questo essere che non conosci
non vuoi provare pena
ma affetto;
Così per gli altri come lui
e la rabbia, l’ansia
spariranno,
come mosche indurite nella sabbia
spazzata via dalla forza
di un tuo sorriso.

lunedì 4 luglio 2011

Onoranze ai viventi.

Il suo volto era grigio, stirato. Vestiva con completo e cravatta scuri . Seduto di fronte a me, leggeva il giornale con una smorfia che sembrava una cucitura.
Osservavo questo tipo da quasi un’ora e lui non aveva mai alzato gli occhi dal suo quotidiano. Si era limitato, un paio di volte, a bofonchiare qualcosa.
Guardavo lui perché le riviste mediche non m’interessavano e l’arredamento dell’ambulatorio, oltre alla serigrafia di un cuore multicolori e una pubblicità per la prevenzione del cancro alla prostata, non offriva altro per catturare la mia immaginazione.
Era comparso dal nulla.
mezz'ora prima era entrata una signora che aveva aperto la porta con in mano ancora i fogli delle analisi.
L’avevo vista che li controllava prima di alzarsi dal suo posto, mentre con un fazzoletto si asciugava il naso.
Una ragazza bionda uscì dall'ambulatorio e richiuse la porta.- Chi è il prossimo? - disse il dottore da dentro lo studio. La donna si alzò con il foglio con le analisi stretto nella mano destra e le labbra contrite. Posai di nuovo gli occhi sul suo posto e vidi l’uomo con il completo scuro, seduto a leggere il giornale, come fosse sempre stato lì.
Il tempo sembrava non aver alcuna intenzione di scorrere. L’inferno in terra aveva assunto i colori verdognoli e pallidi di una sala d’attesa. Il silenzio, rotto in precedenza soltanto da un insolito grido che vennne dall’ambulatorio del dottore, fu sconvolto dall’entrata di un uomo con una gabardine beige che parlava al telefono.
Entrò di fretta e non chiuse la porta.
- Non bene, non bene - ripeteva al telefono seriamente preoccupato. Era grasso e a parte due ciuffi di capelli castani che gli partivano dalle tempie per poi riabbracciarsi dietro la nuca era completamente calvo. Con la mano destra teneva il telefono ad una distanza di almeno venti centimetri dall’orecchio, obbligandoci, nostro malgrado, a sentire tutta la conversazione che stava tenendo con la moglie, con l’altra mano si sistemava di continuo gli occhiali sul naso.
- Oddio! Come mai dici “non bene”? ti ha già visitato il dottore?
- Non ancora, ma prima mentre passavo ho visto la porta "di servizio" aperta ed ho infilato la testa per salutarlo.
- Allora?
- Mi ha guardato con una faccia.. si vedeva chiaramente che aveva già capito tutto.
Il pelato salutò la moglie e spense il telefono appoggiandolo sul tavolo delle riviste. Si sedette, buttando la testa all’indietro e sbuffando, vicino a quello che leggeva il giornale.
Incredibilmente il tipo scuro parlò: - Vi inculeranno tutti – fece, senza alzare gli occhi.
All’uomo grasso fu come se uno spirito fosse entrato in corpo.
- Come ci inculeranno? Tutti? Ci faranno male? – gli chiese.
- Senza vaselina, faccia lei.- Quasi scandendo le lettere.
- Anche a me? – continuò a domandargli indicandosi con entrambi gli indici sul petto.
 Lo scuro alzò lo sguardo e gli rispose: - Soprattutto a lei, caro signore.
Il grasso si alzò dalla sedia, fu tentato di prendere il telefono ma rinunciò. Cominciò a girare per la sala d’aspetto per poi appoggiarsi con un avambraccio al muro e piagnucolarci sopra.
- ma che sta dicendo? A cosa si riferisce? – ruppi il mio silenzio e domandai.
Non mi degnò di alcuna risposta, scosse leggermente un paio di volte il capo e accennò un sorriso maligno.
Il grasso tornò vicino al tipo in nero e con tutta la gabardine bagnata dalle lacrime e gli chiese: - come fa ad esserne così sicuro?.
- è il mio lavoro – gli rispose, poi inumidì il dito medio e sfogliò un’altra pagina di giornale.
Mi ero stancato di quel saccente e con un tono più alto di voce e facendo un smorfia gli chiesi:
- Ah sì, bel lavoro! E cosa farebbe, la spia?
- Onoranze ai viventi.
Mi rispose come se la stupidaggine che aveva appena detto fosse la cosa più normale del mondo.
- l’assumo, le darò tutto quello che ho! – il grasso lo aveva preso per le spalle e lo stava strattonando mentre lo supplicava.
L’uomo si alzò, dopo essersi passato un paio di volte le mani sulle maniche della giacca, arrotolò il giornale e lo infilò sottobraccio. La porta dell’ambulatorio si aprì e la signora finalmente uscì. Il suo volto era come una città bombardata, chiazze rosse e occhi gonfi. La donna uscì e l’uomo in nero la seguì.
- Il prossimo! - tuonò il dottore.
Scosso dalla vista di quello che si era messo a piangere inginocchiato a terra, gli dissi che se voleva poteva entrare al posto mio.
- Non c’è più bisogno, morirò, moriremo tutti.
- Non stia ad ascoltare le stronzate di quel tale, ha visto? Era un parente della signora. Forse uno stupido che voleva solo divertirsi.
- Ci inculeranno tutti!
- La faccia finita, si tiri su, non succederà niente a nessuno.
- Senza la vaselina, capisce? la vaselina!
- Venga, le faccio vedere che il tizio sparava solo una marea di cazzate, venga fuori e lo vedrà passeggiare insieme alla donna, mi creda, se non è suo marito sarà il fratello, o che ne so..
- Ha una ditta di onoranze viventi.
- Non dica sciocchezze, ha mai sentito un cosa simile?
Presi il tale per un braccio e lo tirai su. Vidi il dottore che usciva dal suo studio e gli feci segno di attendere solo un istante.
Uscimmo fuori, sulla la strada.
- Eccolo! – il grasso lo aveva visto.
- Ha visto? Che le dicevo! Sta camminando dietro la signora. Sta più tranquillo adesso?
- Sì, sì, stava solo scherzando – si rincuorò il tipo.
Lo feci voltare, proprio quando la donna si fermò in mezzo alla strada e il tizio vestito di nero continuò a camminare e per un istante, sembrò, che la stesse attraversando.

venerdì 22 aprile 2011

casa verde di legno ammuffito

Ho i denti bianchissimi. La faccia ben rasata e i capelli curati, anche se dicono che il mio taglio sia troppo fuori moda. Dicono che gli specchi ingrassano, ma il mio corpo qui davanti mi sembra perfetto, forse un po’ troppo bianco e magro, sarei stato esemplare negli anni settanta, senza queste maledette palestre. Che schifo. Principalmente l’odore: nauseabondo; e il sudore che quei porci lasciano sui macchinari.


Mi fanno ridere. Escono dagli uffici o dalle fabbriche, dove per otto o dieci ore al giorno si sono ricoperti di ragnatele, per andare in quei porcili con i loro completini nuovi.

Sudano come lumache, lasciando le loro scie di bava attorno ai macchinari dove le ragazze coi pantaloncini infilati nel culo camminano e controllano dallo specchio chi le sta guardando.

Probabilmente ci usciranno pure con quelle svergognate, sai che serate! Le porteranno in pizzerie, dove fanno vedere l’anticipo del campionato di calcio, facendo finta di ascoltarle mentre quelle oche vomitano stupidaggini sulle loro amiche zoccolette, poi finire la serata in qualche stradina di campagna a farsi pulire il pennello, mentre per l’abitacolo si diffondono le voci dei giornalisti del post partita.

Li detesto, detesto quei profili sulle vetrine del corso, detesto i loro aperitivi, i loro saluti falsi le loro conversazioni inutili.

Dal primo superiore, da quei due che facevano sempre i simpatici, quello con i capelli come una tettoia e quello grasso col sorrisetto idiota. Non lasciavano mai respirare i miei compagni, li avevano battezzati tutti: il Neandertaliano a quello più brutto della classe, lo Storto ad uno che aveva una gamba più corta dell’altra, il Grezzo a quello che i suoi genitori non gli avevano insegnato a parlare per bene l’italiano.

Quei due buffoni ci avevano provato una volta anche con me. Iniziarono una mattina, ridacchiando tra di loro. Le risatele diventarono occhiate. Si giravano e con i loro sorrisi malefici mi squadravano. Poi iniziarono a pronunciare la parola che le loro menti geniali avevano partorito: “Matto”.

Andai verso la cattedra chiamato dalla professoressa Lorenzi per l’interrogazione di chimica e mentre passai di fianco ai loro banchi sentii: “matto” e le loro risatine. Risero anche gli altri, probabilmente per il sollievo che fosse toccato ad un altro. Certo.

Come poteva far ridere un soprannome così idiota? Solo due stupidi che in seguito diventarono uno avvocato e l’altro assessore comunale avrebbero potuto generare un soprannome di così mediocre creatività.

La Lorenzi mi fece le sue domande, conoscevo benissimo le risposte ma le parole che scorrevano nella mia testa erano ben diverse. Avevo i titoli di testa di un film horror. I protagonisti: i due imbecilli. Finivano male, molto male.

Durante la ricreazione andai davanti alla faccia di quello coi capelli a tettoia - il futuro avvocato - lo guardai negli occhi e lui ridendo e cercando l’approvazione degli altri cominciò a gridacchiare: “matto qua qua qua” “sono matto, qui quo qua” o altre scempiaggini, non mi ricordo bene. Mi ricordo benissimo il rumore che fece la matita quando gliela infilai sulla guancia, come una martellata sulla sabbia. Bellissimo, una liberazione. I suo occhi sbarrati, le lacrime, la sua faccia diventare bordeaux.

Abbassai le palpebre ascoltando una musica celestiale nella testa.

Non si ribellò, né cercò aiuto, si accasciò per terra come una preda ferita. Il suo corpo e i suoi occhi mi chiedevano di finirlo, Dio, quando avrei voluto farlo!

Un “incidente” dissero a scuola. Un altro modo di evitare le rogne a patto che io non tornassi più in quella classe e che mi facessi seguire da uno psichiatra. I miei non pronunciarono mai quel nome, mi dicevano: “andiamo del signor Benatti” neanche dottore lo chiamavano, che strani, chissà di cosa avevano paura, il matto ero io, mica loro.

Lo psichiatra era divertente. Io lo fissavo di continuo e lui si agitava e mi prescriveva le pillole. A casa i miei si vergognavano di darmele e me le lasciavano sul comodino della mia camera, assieme ad un bicchiere d’acqua e qualche caramella. Mangiavo le caramelle, bevevo l’acqua e mettevo le pillole dentro le scarpe. Non durò molto. Benatti vedendo che lo fissavo sempre e che non riusciva a trasformami in un zombie disse ai miei che le pillole dovevano darmele per forza. E così fecero.

E questi sono gli unici ricordi nitidi che ho della mia adolescenza. Uno schifo verrebbe da dire. Un schifo di nebbia in effetti. La vita che una persona conosce cessa di esistere e tutto diventa un’appannata continua ripetizione di un paesaggio desolato, grigio, immobile. Come un sogno ripetitivo, nei momenti di stallo, come li chiamo io, mi sembra di avanzare lentamente verso una casa di legno ammuffito e verde ma non riesco a raggiunge niente, non riesco ad entrare, posso solo girare attorno al portico, al giardino pieno di ferri vecchi, non somiglia nemmeno alla casa dove sono nato, agli istituti in cui sono stato. Poi le immagini aumentano il contrasto e riprendono i colori.

Come adesso che mi ritrovo qui, senza nemmeno perché. Senza sapere dove sono e chi mi ci ha portato. A guardarmi nello specchio di un armadio, sempre nudo con la bocca spalancata ammirando i miei denti, lisciandomi i capelli, facendo scorrere una mano in mezzo alle mie gambe e girare per l’appartamento in cerca di un coltello, trovarlo e ritornare davanti allo specchio dell’armadio.

“Perché vuoi farlo?” inizio a gridare. Il cuore lo sento da tutte le parti del mio corpo. I muscoli si contraggono. La pelle butta fuori sudore. Poi il fastidio di sentire sempre quei mugugni, quei lamenti.

Non ne posso più dei loro pianti e allora apro l’armadio e li vedo lì, legati, imbavagliati. Li prendo per i capelli e li trascino fuori. Volevano ridere di me, ma anche stavolta non ce l’ha fatta. Torneranno di nuovo ne sono certo. Per ora però ho vinto io. Infilando il coltello dentro la bocca del mio compagno di classe sento ancora il rumore del martello nella sabbia e provo lo stesso piacere della prima volta e il paesaggio della casa di legno diventa più nitido e riesco addirittura ad entrare. Vedo una donna che sta lavando i piatti mentre canta una canzone. È troppo bella, magnifica quella voce, quel collo pieno di raggi di sole. L’ho già sentita quella canzone, ma non mi ricordo dove. Non riesco nemmeno a sentirla mai tutta. Parla di uno che va da un santo e gli fa domande su cosa rimane della vita, il santo senza dirgli niente apre il palmo della sua mano e mostra un piccolissimo diamante e piccole gocce di sangue che escono dalle ferite. Senza sentire la voce l’uomo riesce a sentire che la vita la deve aspettare uscire dalle spighe di grano e che le nuvole non restano sole. La prima volta che l’ho sentita ho capito che non era stata mai scritta e che sarei stato io a doverla finire.

Esco dall’appartamento mettendo i suoi abiti e mi ritrovo per strada, una volta vestito da donna, un’altra con la giacca e la cravatta a cercare di nuovo la mia ispirazione.

sabato 2 aprile 2011

I punti non congiunti


Sei un paesaggio che rimane
non muti
e non temi l’abbandono della luce
né l’assenza dei venti
o l’aridità delle tue crepe
ma vivi di deserto
e così differente,
come cambia correre
o restare immobili,
sciogli lentamente il tuo tempo
donando sguardi
all’accartocciarsi delle foglie
agli eserciti di polvere a riposo sulle rocce
che sia stata solo un esercizio
o l’esistenza eterna senza dubbi,
non eravamo noi sopra un veliero
a scorrere, patendo
le sue dune.

lunedì 7 febbraio 2011

La bava del mondo



Noi siamo i reietti,
viviamo le nostre morti
ci saziamo della bava del mondo
insegniamo parole povere
e piccoli sentimenti
il nostro dio non ci ha mia voluto
e noi lo abbiamo preso per il culo
col vino e le canzoni
osanniamo la fine
godiamo del dolore
ballando attorno alla sofferenza
i nostri calici non si svuoteranno mai
guai a voi!
teneteci caldi e sofferenti
affogati nelle vostre bugie
ma ora teniamo in ostaggio
la vostra società
come conigli di peluche
brandiremo le nostre lame
attorno alle vostre gole
e la vita della guerra
col suo sangue sazierà
la nostra sete.

domenica 6 febbraio 2011

martedì 11 gennaio 2011

Vero


Farà bene a chi ci segue,
a chi ci voleva possedere
promettendoci l'amore
non avendolo mai conosciuto.

perché il ricordo è vacuo
del vero primo amore
non è tra seni gonfi di latte
l'amore è liquido amniotico

è quando sei un essere indifeso
e non puoi temere niente

è la vita che ci desidera
e la natura ci dona
la possibilità di vivere.