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sabato 21 dicembre 2013

Il Genio della battuta.
(Racconto di Natale)

Noemi e Lalu si erano diretti vicino alla stradina. Avrebbero raccolto la neve più soffice e pulita, appena caduta dai cipressi.L'idea venne a Noemi.
Lalu aveva dimenticato i guanti a casa. Non poteva tornare a prenderli, per paura che i suoi non lo facessero uscire di nuovo a giocare con l'amica tra la neve.
Noemi gli diede uno dei suoi. Raccolsero tanta neve fresca e, come una persona sola, la portarono al centro del parcheggio dell'ospedale, dove aveva deciso Noemi.
Il primo mucchio servì a poco. Ne venne una piccola base, piramidale e molliccia. Noemi scuoté la manina, guardando Lalu con le braccia rigide lungo i fianchi e il respiro gelato che gli usciva dalla bocca.
Tornarono ai cipressi, raccolsero ancora un altro mucchio, questa volta più grande. Noemi aveva dato l'altro guanto a Lalu e gli aveva sistemato le braccia per caricare la neve. Lalu guardava verso la stradina. Noemi gli parlava mentre raccoglieva. “Il nostro pupazzo sarà il più bello della città”, “Dobbiamo solo trovare un telefono per fargli una foto”, “non è che i tuoi, anche se sono poveri, te ne regaleranno uno per Natale?”, e continuava, anche se l'amico non le rispondeva. “A me, di certo no, hanno paura dei maniaci. Voglio dire: che ti potrà mai fare un maniaco per telefono, se mi rompe, riattacco. No? Ehi, mi stai a sentire?”.
Il caposquadra alzò lo sguardo e lasciò cadere un bel mucchio di neve. Si avvicinò al sottoposto.
Un corteo di auto stava arrivando, con alla testa due volanti della Polizia per fare strada. Il corteo di grandi auto si fermò. Gli autisti corsero per aprire le portiere posteriori.
Una fiumana scura percorse la stradina per l'ospedale. Quando tutte le persone entrarono dentro l'edificio, due carabinieri sistemarono la bandiera italiana su un'asta, fuori dall'ingresso. Poi entrarono dentro e chiusero le porte.
Stavano andando all'ultimo spettacolo del grande Genio della battuta.
Noemi diede una spallata a Lalu e gli disse: “Accipicchia che musi. Finiamo il nostro pupazzo prima di pranzo, sbrighiamoci”.
Il Genio aveva iniziato due anni prima. La prima battuta la scrisse per la morte di un anziano politico in pensione, poi se la prese con il Governo, la mafia e tutte le altre istituzioni (sì, pure la mafia). Riscosse un successo inimmaginabile. Ogni notizia che usciva sui giornali, riportava il fatto e subito dopo la versione satirica del Genio.
La RAI gli aveva affidato la conduzione di un programma e ben presto divenne la trasmissione più seguita in Italia.
Finché, un anno fa, dopo dieci minuti di diretta, il Genio allargò le braccia, chiedendo silenzio. Abbassò la testa, mise l'indice alle labbra e disse: “Ho creato la battuta perfetta, la migliore battuta mai scritta”. Gli spettatori impazzirono, si alzarono in piedi come dopo un goal ai Mondiali. “Ma ve la dirò solo al mio ultimo giorno di vita”. Gli spettatori spalancarono gli occhi. “Ora basta. Sipario”, concluse il Genio.
Fortunatamente il Genio si ammalò gravemente. Su suo incarico, i dottori dell'ospedale dove era in cura contattarono le persone da invitare al suo ultimo spettacolo. Quello in cui avrebbe rivelato la “battuta perfetta, la migliore battuta mai scritta”.
Sistemarono la sala congressi con al centro il Genio steso sul suo lettino.
Come da sue ultime volontà, il Genio avrebbe raccontato la “battuta perfetta, la migliore battuta mai scritta” al Presidente della Repubblica, questi poi avrebbe avuto il gravoso incarico di riferirla ai presenti e in diretta TV a tutti gli italiani ansiosi e desiderosi di gioia.
Il Genio mosse il braccio destro. Era il segnale. Il Presidente si alzò dalla sua poltroncina e gli si avvicinò. Il Genio mosse le labbra. Il Presidente chinò il capo, per avvicinarlo alla bocca del Genio.
Il Genio mosse rapidamente le labbra, poi sorrise, tossì e chiuse la bocca. Per sempre.
Il Presidente si drizzò di scatto. I suoi occhi divennero piccoli, dietro le lenti degli occhiali.
Unì l'indice e il pollice e, balzellando sulle punte dei piedi, con voce solenne disse: “Non sono riuscito a capire un cazzo!”.
Alle persone presenti e a tutti gli italiani in diretta, fu come se avessero strappato l'anima dal corpo. Sentirono un forte bisogno d'aria. I presenti al capezzale del Genio andarono verso le finestre, quasi simultaneamente, come richiamati. Lasciarono lì il presidente e il corpo del Genio.

Fiocchi di neve stavano cominciando a scendere da un cielo d'asfalto. Nel parcheggio due bambini terminavano uno pupazzo di neve. Il più piccolo, con un dito, stava disegnando il sorriso.

domenica 18 dicembre 2011

L'oppio dei poveri


Mi trovo dopo tanto tempo davanti a Romeo, uno dei miei amici d’infanzia e non so cosa dire. Perciò ricorderò con lui il periodo e, più in particolare, il giorno che cambiò le nostre vite.
Romeo era fatto di burro, o meglio, sua madre diceva che lui e i suoi amici, cioè noi, non valevamo niente, sapevamo solo lamentarci, stare a letto col termometro in bocca a fare la lagna. Sua madre, la Doris, a letto non ci stava mai. Quando aveva la febbre, pure se era inverno, usciva di casa con le maniche corte per tagliare la legna. Aveva mille acciacchi ed era piena di problemi di salute.
Il padre di Romeo per portarla al controllo dal medico la doveva trascinare di forza fuori di casa, infilare in auto e chiuderla dentro con la sicura. Pure i finestrini non poteva abbassare, altrimenti sarebbe saltata fuori di sicuro. La Doris col dottore non ci parlava. Entrava nel suo studio, sputava per terra e ghignava ad ogni suo rimprovero. “Doris le medicine, le devi prendere” e lei gli mostrava i denti, “devi smettere di bere, ha la pressione alta, un cuore debole, ti serve un pacemaker”. Sveniva due o tre volte al giorno, anzi no, non sveniva, per quelle due o tre volte al giorno moriva. Romeo si metteva le mani davanti alla faccia e suo padre chiamava la Croce Rossa. Quando l’ambulanza arrivava, gli infermieri e il dottore trovavano la vecchia Doris in cucina che preparava l’impasto per la torta salata con una bottiglia di birra vuota sopra la tavola.
Sua madre diceva che Romeo era fatto di burro, io che era fatto di soldi. Non gliene vedevamo mai tirare fuori uno dalle tasche, neanche un centesimo. Servono per le medicine di mia madre, diceva. Cazzate, la vecchia le medicine le dava ai polli. Avevamo sedici anni e non avevamo mai niente da fare, perciò passavamo i pomeriggi fuori dalla bottega di Paolo il matto a pensare a qualcosa, mentre i nostri vecchi tornavano dai loro lavori e si riempivano di “oppio dei poveri”. Mio padre, per esempio, tornava a casa dalla fabbrica alle cinque e un quarto. Entrava in casa senza neanche salutare, andava in cucina, apriva il frigo e prendeva una bottiglia da zero sessantasei. La stappava e si lasciava crollare, ad ogni sorso, sempre più all’interno della gommapiuma. Per gli altri genitori era più o meno lo stesso. Tutti con i loro lavori massacranti e le loro giornate di merda, finché non arrivava la benedetta sera per potersi rilassare e intorpidire l’anima dalla birra.

Prima eravamo in tre: io, Romeo e Gigino Mazzagatti. Poi, un giorno, arrivò una ragazza, magra, coi capelli castani chiari e gli occhi del colore dei parabrezza controsole. Portava una canottiera chiara e i pantaloncini di jeans. Si avvicinò a noi, seduti sulle nostre biciclette, e rimase lì senza dirci niente. Incominciò a seguirci.
Le prime volte che ci vedemmo non parlò, forse per un mese. Poi un pomeriggio Gigino disse: “A casa mi hanno portato due criceti, che ne dite?” e lei per la prima volta ci parlò: “Andiamo a bere birra”. “Come ti chiami”, le chiesi, “Bodanka”, mi rispose. Decidemmo di anticipare i tempi: iniziammo a bere birra tutti i pomeriggi. Arrivammo alla conclusione che non vale la pena di spaccarsi il culo per arrivare ad un’età dove i rimpianti ti avranno mangiato il fegato e seccato il cuore.
Fu una svolta. La prima volta andammo a casa mia. Noi tre, i maschi, ci sedemmo sul divano e lei andò al frigo, la guardammo chinarsi in avanti, aprire lo sportello e prendere le birre. Avevamo le bocche aperte. Stappava le birre e ce ne dava una per uno. Mi prese una strana voglia quel giorno. Andai in camera di mio fratello e tornai con una scarpa da ginnastica. Tirai fuori una bustina e la mostrai ai miei amici. “Qualcuno di voi sa come si fa?”, Bodanka alzò la mano.
Rimase seduta, strinse le cosce e vi sistemò la bustina. L’aprì. In una mano posizionò l’erba e con l’altra prese una cartina. Fece proprio un bel lavoro. La fumammo tutti, fui felice perché la vedevo sorridere di gusto. Mi chiese di usare il bagno. L’accompagnai. Quando entrò prese la mia mano e mi tirò dentro. Avevo i suoi occhi a due centimetri dai miei e mi sembrava che bruciasse  ogni punto della mia carne che guardavano. Non avevo mai baciato una ragazza. Socchiuse gli occhi e aprì leggermente le labbra. Tremai e indietreggiai, attaccandomi alla porta del bagno. Con la mano riuscii ad afferrare la maniglia e dicendole “fai pure con comodo” uscii, incapace di guardarla in faccia e pentendomi subito per quello che avevo fatto. Tornai in sala dagli altri. Erano rimasti seduti, congelati. Solo le teste dondolavano un po’. Gli sguardi puntati sul nulla. Sentii Bodanka uscire dal bagno, volevo riprendermi dalla figuraccia. Le andai incontro sorridendo. Evitò il mio sguardo. Si mise a sedere vicino a Romeo. Lui dondolava la testa e lei lo abbracciava, sempre più stretto. Poi lo baciò sulle guance. Andai al frigo e presi altre birre. Una lattina per uno. Così si staccò da quel parassita. Si fece quasi ora di cena e se ne andarono. Li osservai dalla finestra, Gigino davanti e Romeo e Bodanka dietro. Dovevo assolutamente rimediare.
Il giorno dopo, seduti sulle nostre bici, aspettavamo Bodanka davanti alla bottega di Paolo il matto. La osservammo sistemare i capelli dietro le orecchie prima di attraversare la strada con un rapido, quanto delizioso, scatto di corsa. Aveva messo un vestitino rosso a fiorellini con i bordi ricamati. “Andiamo a casa tua?” mi chiese. “Da me non si può, c’è il mio vecchio a casa in mutua”, avevo messo in atto la prima parte del piano per mettere in ridicolo quell’inutile ameba di Romeo. “Ho portato l’erba però, che ne dici Romeo se andiamo a casa tua?”, con quella svitata di sua madre sai che figura di merda che gli farà fare, pensai. Bodanka gli strinse l’avambraccio e gli sorrise ansiosa. Sai la vecchia Doris che numeri che tirerà fuori, pensai. Romeo mosse la testa in avanti come un piccione e, dopo aver fatto salire Bodanka sulla canna della sua bici, diede una pedalata incerta. Incerta, per il peso che la sua forza di uomo fatto di burro poteva sorreggere; certa, per la figura di merda con sua madre, davanti alla sua nuova ragazza che lo aspettava.
La Doris sembrava una guardia svizzera davanti alla porta di casa.
“Mamma, che fai qui?” le chiese Romeo. “Devono chiamare per i risultati degli esami” rispose, tenendo le braccia conserte e il mento alto.
“Ma se suona il telefono come fa a rispondere?” le chiese Bodanka. La Doris la squadrò dagli occhi fino alle ginocchia. Già cominciavo a pregustarmi l’amara figuraccia per Romeo.
“E tu?” chiese a Bodanka. “Cosa?” rispose la ragazza.
Doris ci squadrò uno per uno. Passò dal viso di Gigino, ancora seduto sulla bici e con le braccia appoggiate al manubrio, a me che subito abbassai lo sguardo. Finì per atterrare in mezzo agli occhi azzurri di Bodanka. Ecco, quello che stavo aspettando. Doris avrebbe detto sicuramente qualche cosa di offensivo e spiacevole nei confronti della nostra nuova amica che sarebbe stata costretta a cambiare il suo punto di vista su Romeo.
Mentre la vecchia stava per spalancare le fauci, Romeo gridò: “Mamma, il telefono!”. “Io non mi muovo” rispose la Doris.
Rimase là, ancora, con le braccia conserte e il mento alto a sfidare il cielo. Romeo corse in casa a rispondere al telefono. Ne uscì, qualche minuto dopo, singhiozzando. “Femminuccia!”, esclamò sua madre che subito scrollò la testa e rientrò in casa.
Andammo vicino a Romeo. Bodanka gli si attaccò alla spalla. “Grave?”, gli chiesi. Annuì rapidamente tirando su col naso. “Che si fa?”, chiese Gigino. Nessuno gli rispose. La Doris uscì di casa con una valigia in mano. Si fermò davanti al figlio e gli disse: “Stai attento a tuo padre, beve troppo”. Romeo strinse gli occhi, non ebbe  la forza di rispondere. “E voi, che intenzioni avete di fare con le vostre vite?”. Nessuno provò a risponderle. Romeo le chiese: “Che fai con la valigia?”.
“Africa, pelandrone!” gli rispose, e dondolando sui tacchi si avviò verso la strada.
Le parole della madre di Romeo furono lame di ghiaccio che s’infilarono nelle nostre gole. Provammo vergogna per noi stessi, per le nostre vite, per i nostri genitori, per le biciclette, la terra che calpestavamo, i sassi che scalciavamo. Da lì in avanti ci sentimmo in obbligo di cambiare le nostre vite. Gigino fu il primo a proporre qualcosa: “Rapiamo i cani dei ricchi e chiediamo il riscatto”.  Guardai gli altri due. Romeo stringeva i pugni e singhiozzava, Bodanka stava con lo sguardo basso e ogni tanto si metteva una ciocca di capelli dietro l’orecchio. La proposta di Gigino non li aveva entusiasmati. “Scappiamo”, dissi. Sentii la loro attenzione diventare corrente elettrica che mi stava avvolgendo. “In Africa?” chiese Romeo. “Ovunque”, risposi, “l’importante è che ce ne andiamo da qui, non voglio finire come il mio vecchio”. “Neanche io”, mi disse Romeo, asciugandosi le lacrime coi polsi. “Prendiamo gli zaini e andiamo alla stazione”, fece Bodanka. Gigino alzò le spalle, fece una smorfia e ci seguì.
L’appuntamento era al negozio di Paolo il matto per prendere un po’ di roba per il viaggio. Riempimmo gli zaini di lattine di birra. Da mangiare prendemmo qualche snack dolce e un pacchetto di patatine. Uscimmo dal negozio. Faceva proprio schifo, saranno stati vent’ anni che non si degnava di dargli una sistemata. Gigino era accovacciato a terra, sul marciapiede a  punzecchiare un gatto morto. “Lo hai ammazzato tu?”, gli domandai. Gigino lo prese per la testa e parlò come fanno i ventriloqui: “Sono stato investito dall’auto di uno stronzo”, mi rispose muovendo la testa del povero micio. “Cammina idiota, e se hai intenzione di mangiare le patatine, lavati le mani prima”.
Ci incamminammo. Oltrepassammo il bar del nostro quartiere, dove non ci volevano perché eravamo troppo giovani; i giardinetti, dove le madri con le carrozzine non ci volevano perché eravamo troppo grandi e davamo fastidio col pallone e con le grida ai loro marmocchi.
Ci lasciammo dietro le spalle, quel quartiere e quella gente che non ci voleva e, come superammo il ponte del Tevere ci sentimmo subito meglio. Avevo pure smesso di controllare Bodanka e Romeo, l’incontro con la Doris doveva aver funzionato, i due non si abbracciavano più e non stavano più sempre attaccati.
Arrivammo alla stazione. Non c’era molto da scegliere, c’era una sola direzione che portava da qualche parte: “Perugia”. Feci i biglietti per tutti e salimmo in treno. C’era poca gente perciò trovammo posto tutti e quattro vicini. “Da Perugia, io direi, di prendere per Ancona”, dissi, aprendo la prima lattina di birra. “E dopo?”, chiese Bodanka. “Andiamo verso sud”, propose Romeo. “Perché no? Andiamo dove ci pare”, e allungai le gambe in mezzo a quelle di Bodanka seduta di fronte a me. Cominciammo a bere una lattina dopo l’altra. E ad ogni fermata il vagone si riempiva di gente. Persone di colore, anziane con i fazzoletti in testa, studenti con cartelline plastificate piene di squadre, righe e album da disegno. Tutti ci guardavano male. “Che avete da guardare?”, chiese ai curiosi Bodanka, non riuscendo a frenare una risata che le fece venire la tosse. Un’anziana ci venne a parlare: “Non siete troppo giovani per bere così tanto?”, ci chiese. “Non sono cazzi tuoi!”, le rispose la nostra amica. “Miao, miao!”, Gigino cominciò a miagolare davanti alla faccia della signora. “Che ti prende ragazzo? Non sei normale? Vedete poi come vi riducete a bere così tanto!”, ci disse. Gigino prese lo zaino e tirò fuori il gatto morto che aveva raccattato per strada senza farsi vedere da noi e lo attaccò alla faccia dell’anziana. La povera donna gridò e abbassò la testa cercando di divincolarsi, e una volta che ci riuscì si allontanò e uscì dal nostro vagone. Così fecero quasi tutti gli altri e noi quattro, e il gatto che Gigino tratteneva in grembo come un pargolo, potemmo continuare tranquillamente la nostra fuga.

Quel giorno la vecchia Doris ci aveva palesemente detto di andarcene da qual quartiere, da quella città, di vedere il mondo, di vivere le nostre vite. Noi avevamo preso quel suggerimento come una guerra da combattere, una guerra col passato con le nostre radici più profonde, con i nostri genitori. Quel giorno sbagliammo tutto, facemmo solo un grande casino, ci ritrovarono infatti ubriachi e affamati dopo Pescara a dormire nel bar di una stazione ferroviaria. Quel giorno i nostri genitori ci riportarono a casa, fummo quasi felici di riabbracciarli, ma dentro di noi ci facemmo la promessa di ripartire, di fuggire al momento giusto, una volta per tutte. Anche a costo di non rivedersi più. E infatti lo facemmo, tutti, anzi no. Romeo rimase nel quartiere e, come gli altri, iniziò a lavorare in fabbrica e a bere tutte le sere.

Oggi, dopo quasi venti anni, abbiamo l’occasione di stare di nuovo tutti e quattro assieme nel vecchio quartiere. Gigino si è lasciato crescere la barba e si fa chiamare Dottor De Santi, è diventato un politico e si è sposato con Bodanka. Lei è sempre bella, anche vestita con l’abito scuro. C’è anche Romeo, o meglio, è per lui che siamo qui. Ora non lo possiamo più vedere. Sul cemento fresco hanno messo un foglio di carta con il suo nome e due date, non era ancora pronta la lapide. Anche lui, a suo modo, ha deciso di partire, di lasciare il quartiere. Una sera, ha aperto la finestra e ha spiccato il volo, certo che non sarebbe più tornato.

Mentre il prete dà l’ultima benedizione con l’acqua santa e i muratori risistemano gli attrezzi, sento una voce che mi elettrifica le spalle e la nuca: “Lo avevo sempre detto che era fatto di burro”.

L'ultima opportunità


Carmen passeggiava per la stanza mordendosi le unghie.
- Ho fatto un po’ tardi, mi sono fermato con un collega a parlare di lavoro - sembrò che non mi avesse neanche visto entrare.
Per definire il matrimonio utilizzo spesso una metafora: la vita da single è un bagno caldo, lento e gustoso, la vita di coppia è una doccia fredda e fatta in fretta.
Per i primi anni mi sono piegato ai doveri, prendendo la relazione con la donna che avevo sposato come un lavoro. Poi sono arrivate le prime incomprensioni. Stupidaggini, per chi le vedeva da fuori. Insormontabili, per noi; con nessuno dei due disposto a retrocedere di un solo passo di fronte al nemico. Così decisi di riprendermi i miei spazi. Quando mia moglie voleva litigare, mi chiudevo in bagno e riempivo la vasca.
Riscoprii il mio corpo. Ammiravo le forme che facevo con le mani sul pelo dell’acqua, provavo tenerezza per il mio sesso raggrumato, m’immaginavo un fotografo che coglieva l’inquadratura delle mie gambe sott’acqua con i peli che nuotavano. Che avevo fatto di male? In fondo avevo deciso di prendere un po’ di spazio in più per me, ne avevo il diritto. Per un’ora al giorno lasciavo fuori dalla mia vita lei e mia figlia. Anche gli psicologi che parlavano in televisione consigliavano a tutti di prendersi un po’ di tempo per se stessi.
Ma Sara non lo capì. Una sera uscii dal bagno e non la ritrovai più. Neanche un biglietto di addio, neanche un vaffanculo. Uscii dal bagno asciugandomi la testa e guardai mia figlia Carmen, ormai ventenne: - Ci pensi tu alla cena? - le chiesi e andai a vestirmi.
Mi domandai tante volte perché mia figlia fosse rimasta con me. Perché scelse i miei gilet marroni, le mie pantofole, la mia alopecia. Che cosa mai le avrei potuto offrire?
Per un po’ funzionò. La sera rientravo dal lavoro, posavo la borsa di pelle sulla sedia e mi mettevo a tavola. Carmen, stava ai fornelli, mi chiedeva com’era andata al lavoro e io le mugugnavo qualcosa da dietro il giornale. Non era, poi, tutto uno schifo. Coi miei era durata una vita intera. Qualche volta mi chiedeva di uscire, di andare al cinema o a cena fuori. Come risposta mi toglievo gli occhiali e la guardavo con un gesto di rimprovero.
Quella sera rientrai più tardi del solito, mi ero fermato una mezz’ora in più al bar con i colleghi dopo il lavoro. Che c’è di male Santiddio, un uomo che lavora tutto il santo giorno, si spacca il culo per sua figlia, per farla andare all’università e avere una vita serena, non può prendersi qualche momento di pace e serenità con gli amici?
La cena non era pronta. Andai in camera sua, ma non entrai, rimasi sulla soglia. Mi sembrò come se un demone le fosse entrato in corpo e l’avesse fatta vestire da sgualdrina. Come una di quelle stupide che si vedono in televisione, tutte uguali, coi loro trucchi pesanti, i seni in bella vista e le gambe scoperte.
Suonò il campanello. Carmen si arrestò di colpo e avanzò verso di me, mi strattonò per passare.
- Chi diavolo sarà a quest’ora? - chiesi ad alta voce.
Vidi Carmen andare alla porta, aprirla e sorridere stringendo gli occhi. Un uomo entrò e l’abbracciò. Era un vecchio, molto più di me, con una corporatura robusta, un grosso faccione quasi giallognolo e folti capelli lisci e grigi pettinati all’indietro.
- Questo è Marcello -  mi disse mia figlia.
- Che vuol dire “questo è Marcello? Chi sarebbe Marcello? - le chiesi sistemandomi gli occhiali. 
- Marcello è il mio uomo. - mi rispose.
- Mio.. mio.. tuo nonno, vorrai dire - le risposi, stringendo i pugni.
- Non offenda signor Semplici. Io e sua figlia ci amiamo, vedrà che si troverà bene con me. Sono un uomo ricco, non le farò mancare nulla, con me avrà una bella vita, glielo assicuro.
Carmen mi fissò, con la sua bocca ansiosa di commentare ogni mia risposta. Ciò non avvenne, li oltrepassai e mi chiusi in bagno. Sentii piangere, poi alcuni passi verso la cucina e, infine, sbattere la porta.
Riempii la vasca. Chiusi gli occhi e mi immersi in quel tepore benefico. La nebbiolina, presto riempì il bagno. Avevo fatto bene. Lasciarla andare era stata la decisione migliore. Ho fatto di tutto per lei per farla vivere serenamente ed ora che ha trovato l’amore non posso negarglielo, in fondo sono suo padre, non il suo padrone. Uscii dal bagno e decisi di prepararmi qualcosa da mangiare. Trovai un biglietto sulla tavola.
“Caro papà, se leggerai questa lettera vorrà dire che non ci vedremo più. Questa era un’ultima opportunità che una figlia, ancora piena di affetto, ha voluto dare al proprio padre. Marcello non è il mio uomo, è il mio professore di recitazione. Ah, già, tu non sai nemmeno che ho lasciato l’università e sto seguendo un corso di teatro. Questa sera non so come farò a non scoppiare a piangere se tu non mi fermerai. Spero sinceramente che non lascerai andare via di casa tua figlia con un uomo di quarant’anni più vecchio solo perché è ricco e le può assicurare un futuro sereno. Ho paura invece, perché ti conosco, che non farai niente, come non hai fatto niente per mamma. A proposito, vuoi sapere perché sono rimasta con te, invece che andare con lei? Perché tu non sei scappato, perché pensavo che tu vivessi per me e che mi volessi bene. Ma voler bene è gioia di stare assieme ad un altro e dentro di te c’è solo una grande e infinita tristezza e se allora è così, significa che è anche colpa di chi ti sta attorno e quindi credo sia giusto che tu ricominci da capo anche se dovrai farlo da solo.”

lunedì 4 luglio 2011

Onoranze ai viventi.

Il suo volto era grigio, stirato. Vestiva con completo e cravatta scuri . Seduto di fronte a me, leggeva il giornale con una smorfia che sembrava una cucitura.
Osservavo questo tipo da quasi un’ora e lui non aveva mai alzato gli occhi dal suo quotidiano. Si era limitato, un paio di volte, a bofonchiare qualcosa.
Guardavo lui perché le riviste mediche non m’interessavano e l’arredamento dell’ambulatorio, oltre alla serigrafia di un cuore multicolori e una pubblicità per la prevenzione del cancro alla prostata, non offriva altro per catturare la mia immaginazione.
Era comparso dal nulla.
mezz'ora prima era entrata una signora che aveva aperto la porta con in mano ancora i fogli delle analisi.
L’avevo vista che li controllava prima di alzarsi dal suo posto, mentre con un fazzoletto si asciugava il naso.
Una ragazza bionda uscì dall'ambulatorio e richiuse la porta.- Chi è il prossimo? - disse il dottore da dentro lo studio. La donna si alzò con il foglio con le analisi stretto nella mano destra e le labbra contrite. Posai di nuovo gli occhi sul suo posto e vidi l’uomo con il completo scuro, seduto a leggere il giornale, come fosse sempre stato lì.
Il tempo sembrava non aver alcuna intenzione di scorrere. L’inferno in terra aveva assunto i colori verdognoli e pallidi di una sala d’attesa. Il silenzio, rotto in precedenza soltanto da un insolito grido che vennne dall’ambulatorio del dottore, fu sconvolto dall’entrata di un uomo con una gabardine beige che parlava al telefono.
Entrò di fretta e non chiuse la porta.
- Non bene, non bene - ripeteva al telefono seriamente preoccupato. Era grasso e a parte due ciuffi di capelli castani che gli partivano dalle tempie per poi riabbracciarsi dietro la nuca era completamente calvo. Con la mano destra teneva il telefono ad una distanza di almeno venti centimetri dall’orecchio, obbligandoci, nostro malgrado, a sentire tutta la conversazione che stava tenendo con la moglie, con l’altra mano si sistemava di continuo gli occhiali sul naso.
- Oddio! Come mai dici “non bene”? ti ha già visitato il dottore?
- Non ancora, ma prima mentre passavo ho visto la porta "di servizio" aperta ed ho infilato la testa per salutarlo.
- Allora?
- Mi ha guardato con una faccia.. si vedeva chiaramente che aveva già capito tutto.
Il pelato salutò la moglie e spense il telefono appoggiandolo sul tavolo delle riviste. Si sedette, buttando la testa all’indietro e sbuffando, vicino a quello che leggeva il giornale.
Incredibilmente il tipo scuro parlò: - Vi inculeranno tutti – fece, senza alzare gli occhi.
All’uomo grasso fu come se uno spirito fosse entrato in corpo.
- Come ci inculeranno? Tutti? Ci faranno male? – gli chiese.
- Senza vaselina, faccia lei.- Quasi scandendo le lettere.
- Anche a me? – continuò a domandargli indicandosi con entrambi gli indici sul petto.
 Lo scuro alzò lo sguardo e gli rispose: - Soprattutto a lei, caro signore.
Il grasso si alzò dalla sedia, fu tentato di prendere il telefono ma rinunciò. Cominciò a girare per la sala d’aspetto per poi appoggiarsi con un avambraccio al muro e piagnucolarci sopra.
- ma che sta dicendo? A cosa si riferisce? – ruppi il mio silenzio e domandai.
Non mi degnò di alcuna risposta, scosse leggermente un paio di volte il capo e accennò un sorriso maligno.
Il grasso tornò vicino al tipo in nero e con tutta la gabardine bagnata dalle lacrime e gli chiese: - come fa ad esserne così sicuro?.
- è il mio lavoro – gli rispose, poi inumidì il dito medio e sfogliò un’altra pagina di giornale.
Mi ero stancato di quel saccente e con un tono più alto di voce e facendo un smorfia gli chiesi:
- Ah sì, bel lavoro! E cosa farebbe, la spia?
- Onoranze ai viventi.
Mi rispose come se la stupidaggine che aveva appena detto fosse la cosa più normale del mondo.
- l’assumo, le darò tutto quello che ho! – il grasso lo aveva preso per le spalle e lo stava strattonando mentre lo supplicava.
L’uomo si alzò, dopo essersi passato un paio di volte le mani sulle maniche della giacca, arrotolò il giornale e lo infilò sottobraccio. La porta dell’ambulatorio si aprì e la signora finalmente uscì. Il suo volto era come una città bombardata, chiazze rosse e occhi gonfi. La donna uscì e l’uomo in nero la seguì.
- Il prossimo! - tuonò il dottore.
Scosso dalla vista di quello che si era messo a piangere inginocchiato a terra, gli dissi che se voleva poteva entrare al posto mio.
- Non c’è più bisogno, morirò, moriremo tutti.
- Non stia ad ascoltare le stronzate di quel tale, ha visto? Era un parente della signora. Forse uno stupido che voleva solo divertirsi.
- Ci inculeranno tutti!
- La faccia finita, si tiri su, non succederà niente a nessuno.
- Senza la vaselina, capisce? la vaselina!
- Venga, le faccio vedere che il tizio sparava solo una marea di cazzate, venga fuori e lo vedrà passeggiare insieme alla donna, mi creda, se non è suo marito sarà il fratello, o che ne so..
- Ha una ditta di onoranze viventi.
- Non dica sciocchezze, ha mai sentito un cosa simile?
Presi il tale per un braccio e lo tirai su. Vidi il dottore che usciva dal suo studio e gli feci segno di attendere solo un istante.
Uscimmo fuori, sulla la strada.
- Eccolo! – il grasso lo aveva visto.
- Ha visto? Che le dicevo! Sta camminando dietro la signora. Sta più tranquillo adesso?
- Sì, sì, stava solo scherzando – si rincuorò il tipo.
Lo feci voltare, proprio quando la donna si fermò in mezzo alla strada e il tizio vestito di nero continuò a camminare e per un istante, sembrò, che la stesse attraversando.

venerdì 22 aprile 2011

casa verde di legno ammuffito

Ho i denti bianchissimi. La faccia ben rasata e i capelli curati, anche se dicono che il mio taglio sia troppo fuori moda. Dicono che gli specchi ingrassano, ma il mio corpo qui davanti mi sembra perfetto, forse un po’ troppo bianco e magro, sarei stato esemplare negli anni settanta, senza queste maledette palestre. Che schifo. Principalmente l’odore: nauseabondo; e il sudore che quei porci lasciano sui macchinari.


Mi fanno ridere. Escono dagli uffici o dalle fabbriche, dove per otto o dieci ore al giorno si sono ricoperti di ragnatele, per andare in quei porcili con i loro completini nuovi.

Sudano come lumache, lasciando le loro scie di bava attorno ai macchinari dove le ragazze coi pantaloncini infilati nel culo camminano e controllano dallo specchio chi le sta guardando.

Probabilmente ci usciranno pure con quelle svergognate, sai che serate! Le porteranno in pizzerie, dove fanno vedere l’anticipo del campionato di calcio, facendo finta di ascoltarle mentre quelle oche vomitano stupidaggini sulle loro amiche zoccolette, poi finire la serata in qualche stradina di campagna a farsi pulire il pennello, mentre per l’abitacolo si diffondono le voci dei giornalisti del post partita.

Li detesto, detesto quei profili sulle vetrine del corso, detesto i loro aperitivi, i loro saluti falsi le loro conversazioni inutili.

Dal primo superiore, da quei due che facevano sempre i simpatici, quello con i capelli come una tettoia e quello grasso col sorrisetto idiota. Non lasciavano mai respirare i miei compagni, li avevano battezzati tutti: il Neandertaliano a quello più brutto della classe, lo Storto ad uno che aveva una gamba più corta dell’altra, il Grezzo a quello che i suoi genitori non gli avevano insegnato a parlare per bene l’italiano.

Quei due buffoni ci avevano provato una volta anche con me. Iniziarono una mattina, ridacchiando tra di loro. Le risatele diventarono occhiate. Si giravano e con i loro sorrisi malefici mi squadravano. Poi iniziarono a pronunciare la parola che le loro menti geniali avevano partorito: “Matto”.

Andai verso la cattedra chiamato dalla professoressa Lorenzi per l’interrogazione di chimica e mentre passai di fianco ai loro banchi sentii: “matto” e le loro risatine. Risero anche gli altri, probabilmente per il sollievo che fosse toccato ad un altro. Certo.

Come poteva far ridere un soprannome così idiota? Solo due stupidi che in seguito diventarono uno avvocato e l’altro assessore comunale avrebbero potuto generare un soprannome di così mediocre creatività.

La Lorenzi mi fece le sue domande, conoscevo benissimo le risposte ma le parole che scorrevano nella mia testa erano ben diverse. Avevo i titoli di testa di un film horror. I protagonisti: i due imbecilli. Finivano male, molto male.

Durante la ricreazione andai davanti alla faccia di quello coi capelli a tettoia - il futuro avvocato - lo guardai negli occhi e lui ridendo e cercando l’approvazione degli altri cominciò a gridacchiare: “matto qua qua qua” “sono matto, qui quo qua” o altre scempiaggini, non mi ricordo bene. Mi ricordo benissimo il rumore che fece la matita quando gliela infilai sulla guancia, come una martellata sulla sabbia. Bellissimo, una liberazione. I suo occhi sbarrati, le lacrime, la sua faccia diventare bordeaux.

Abbassai le palpebre ascoltando una musica celestiale nella testa.

Non si ribellò, né cercò aiuto, si accasciò per terra come una preda ferita. Il suo corpo e i suoi occhi mi chiedevano di finirlo, Dio, quando avrei voluto farlo!

Un “incidente” dissero a scuola. Un altro modo di evitare le rogne a patto che io non tornassi più in quella classe e che mi facessi seguire da uno psichiatra. I miei non pronunciarono mai quel nome, mi dicevano: “andiamo del signor Benatti” neanche dottore lo chiamavano, che strani, chissà di cosa avevano paura, il matto ero io, mica loro.

Lo psichiatra era divertente. Io lo fissavo di continuo e lui si agitava e mi prescriveva le pillole. A casa i miei si vergognavano di darmele e me le lasciavano sul comodino della mia camera, assieme ad un bicchiere d’acqua e qualche caramella. Mangiavo le caramelle, bevevo l’acqua e mettevo le pillole dentro le scarpe. Non durò molto. Benatti vedendo che lo fissavo sempre e che non riusciva a trasformami in un zombie disse ai miei che le pillole dovevano darmele per forza. E così fecero.

E questi sono gli unici ricordi nitidi che ho della mia adolescenza. Uno schifo verrebbe da dire. Un schifo di nebbia in effetti. La vita che una persona conosce cessa di esistere e tutto diventa un’appannata continua ripetizione di un paesaggio desolato, grigio, immobile. Come un sogno ripetitivo, nei momenti di stallo, come li chiamo io, mi sembra di avanzare lentamente verso una casa di legno ammuffito e verde ma non riesco a raggiunge niente, non riesco ad entrare, posso solo girare attorno al portico, al giardino pieno di ferri vecchi, non somiglia nemmeno alla casa dove sono nato, agli istituti in cui sono stato. Poi le immagini aumentano il contrasto e riprendono i colori.

Come adesso che mi ritrovo qui, senza nemmeno perché. Senza sapere dove sono e chi mi ci ha portato. A guardarmi nello specchio di un armadio, sempre nudo con la bocca spalancata ammirando i miei denti, lisciandomi i capelli, facendo scorrere una mano in mezzo alle mie gambe e girare per l’appartamento in cerca di un coltello, trovarlo e ritornare davanti allo specchio dell’armadio.

“Perché vuoi farlo?” inizio a gridare. Il cuore lo sento da tutte le parti del mio corpo. I muscoli si contraggono. La pelle butta fuori sudore. Poi il fastidio di sentire sempre quei mugugni, quei lamenti.

Non ne posso più dei loro pianti e allora apro l’armadio e li vedo lì, legati, imbavagliati. Li prendo per i capelli e li trascino fuori. Volevano ridere di me, ma anche stavolta non ce l’ha fatta. Torneranno di nuovo ne sono certo. Per ora però ho vinto io. Infilando il coltello dentro la bocca del mio compagno di classe sento ancora il rumore del martello nella sabbia e provo lo stesso piacere della prima volta e il paesaggio della casa di legno diventa più nitido e riesco addirittura ad entrare. Vedo una donna che sta lavando i piatti mentre canta una canzone. È troppo bella, magnifica quella voce, quel collo pieno di raggi di sole. L’ho già sentita quella canzone, ma non mi ricordo dove. Non riesco nemmeno a sentirla mai tutta. Parla di uno che va da un santo e gli fa domande su cosa rimane della vita, il santo senza dirgli niente apre il palmo della sua mano e mostra un piccolissimo diamante e piccole gocce di sangue che escono dalle ferite. Senza sentire la voce l’uomo riesce a sentire che la vita la deve aspettare uscire dalle spighe di grano e che le nuvole non restano sole. La prima volta che l’ho sentita ho capito che non era stata mai scritta e che sarei stato io a doverla finire.

Esco dall’appartamento mettendo i suoi abiti e mi ritrovo per strada, una volta vestito da donna, un’altra con la giacca e la cravatta a cercare di nuovo la mia ispirazione.

martedì 2 novembre 2010

Biciclette con le ruotine.

Da piccoli rubavamo al mercato della frutta. Non prendevamo, però, mele, arance o altro, rubavamo le cassette di legno.
Staccavamo i lati ed ecco che avevamo le nostre mazze da baseball.
Il campo era il piazzale antistante la casa di zio Alfredo. Le partite duravano fino a quando mio zio non tornava dal lavoro e parcheggiava la sua 127 bianca proprio sopra la nostra "casa base".-
Ricordo le nostre mazze con ancora i chiodi infilati alle estremità. Mia cugina, con le gambe più sottili dei chiodi, batteva la stecca per terra e urlava : "Palla!".
Come palline usavamo le noci che cadevano, nel nostro piazzale, dall'albero dei vicini. Le regole le stabilivamo io e mia cugina, gli unici che avevano visto tutta la prima serie di Pat, ragazza del baseball.
A giocare eravamo i soliti sette, oltre a me e mia cugina, c'erano: Francesca, Michelino e Lucky il suo cane, la Silvietta e nostro cugino Giordano.
Michelino diceva che nostro cugino "non valeva" perché aveva la sindrome di Down e non sapeva colpire la palla.
Come ricevitore usavamo una vecchia sedia arrugginita con sopra una cesta. Per trovare posto a nostro cugino, il ricevitore lo abbiamo fatto fare a lui. A lui piaceva anche se a prendere la palla Lucky era molto più bravo.
Giocavamo orami da diversi anni. I grandi che passavano lungo la strada si fermavano a guardarci colpire le noci con pezzi di legno ammuffiti e correre intorno al piazzale. Scuotevano la testa e si allontanavano.
Formavamo due squadre da tre, quasi sempre io, Francesca e mia cugina da una parte, la Silvietta, Michelino e Lucky dall'altra. A Giordano mettevamo un cappello con la visiera all'indietro e lo piazzavamo dietro il battitore. Era buffo quando prendeva la palla, rideva e cercava sempre di tirarmela sulla testa.
Un giorno avevamo finito le mazze, perché faceva freddo e nostra zia le aveva usate per la stufetta a legne.
Michelino disse che sarebbe andato al mercato a recuperare qualche cassetta della frutta.
Noi quattro aspettammo lui e Lucky seduti per terra, ma quel pomeriggio non tornò al nostro campo da baseball.
Francesca dopo un po' risalì sulla sua bici e tornò a casa, Giordano la salutò con tutte e due le mani. La Silvietta e mia cugina si misero a parlare come se non mi volessero far sentire quello che stavano dicendo. Io dissi a mio cugino Giordano che doveva tornare a casa perché oggi non si giocava. Lui rispose "Va bene" e mi strinse la mano.
Cominciava a tirare il vento freddo che annuncia sempre l'inverno. Le nostre partite pomeridiane sarebbero presto diminuite.
Il giorno dopo Michelino e Lucky tornarono con una cassetta. La tirarono a terra. Di solito quando le tiravi a terra qualche stecca si staccava, ma questa volta no. Non era di legno. "Sono finite le mazze" ci disse Michelino, con Lucky che cercava di addentare la cassetta di plastica verde.
La Silvietta e mia cugina non sembravano tanto dispiaciute da questa brutta notizia.
"Facciamo un giro in bici?" mi chiese Michelino.
"Non posso, ho promesso a mia zia che sarei rimasto con Giordano" gli risposi.
"E allora dov'è?" Michelino mi fece notare che Giordano non c'era e a me venne subito la fronte gelata.
"Cerchiamolo" urlai agli altri.
Facemmo  il giro dell'isolato, ma niente. Poi sentimmo una voce. Era Francesca che ci chiamava dalla sua terrazza al secondo piano.
Andammo a casa sua, Giordano era sotto la sua finestra con un mazzo di fiori e erbacce in mano, il cestino della sua bici con le ruotine era pieno delle nostre palle da baseball. Aveva messo la camicia di suo padre e si era legato un fazzoletto al collo.
Francesca lo ascoltava parlare anche se non capiva bene quello che le stava dicendo.
Mio cugino mi sembrava felice. Quando ebbe finito lo presi sottobraccio e lo riportammo al campo da baseball.
Francesca rientrò in casa e non venne con noi.
Andai nella rimessa e presi un pezzo di legno. La feci volteggiare un paio di volte in aria e, dal punto di battuta, gridai ai miei amici: "Palla!"
La Silvietta e mia cugina continuavano a ridere e a toccarsi i capelli, Michelino era risalito sulla bici e stava cercando di fare un'impennata con Lucky dietro che gli abbaiava.
Io chiamai mia cugina e le dissi che avevamo una nuova mazza e potevamo tornare a giocare.
"Lancia la palla, muoviti" le ordinai.
Mia cugina ne prese una dal cestino della bici con le ruotine di giordano e la guardò.
"E' solo una noce" mi disse, e si rimise a parlare con Silvietta.

mercoledì 22 settembre 2010

Il fuoco in una stanza (incipit)


Il mio racconto "Il fuoco in una stanza" è stato inserito nell'antologia "Tramonti di ruggine" edita da Perorne Lab, che sarà presentata lunedì 25 ottobre 2010 alle ore 19,00 presso il Beda Do Samba ( Via dei Messapi, 8 - San Lorenzo, Roma) Interverranno gli autori Giorgio De Donno “Scorze d’arancia” e Francesca Bertoldi “Forse tu sì”.

Incipit
- Sono bellissime queste tende, ma dove le hai prese? – chiese Anita facendo scivolare il tessuto sui palmi delle mani.
- Al mercato, se vai ora fai in tempo - rispose Aike stesa sul letto con la busta del ghiaccio tra le gambe - Ma non valgono niente.
- Perché dici così? Mi sembrano buone, sono morbide e delicate
- Guarda là in fondo, lo vedi quel buco? Ci è caduta un po' di cenere di sigaretta e ha preso fuoco subito, per poco non bruciavo anche il tappeto.
- Tanto io non fumo e non faccio fumare neanche i clienti in camera mia. Pensa Marcello questa sera quando le vedrà, sono certa che gli piaceranno, non vedo l’ora.
Anita ballava sulle punte per l’appartamento della sua amica Aike.
- Torna sulla terra principessa.
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mercoledì 14 luglio 2010

Capitolo 22 "Non perderemo più"

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Capitolo 22


I ragazzini se ne erano andati portandosi via anche il verginello imbranato e la sua ragazzetta che era rimasta incastrata in mezzo alla siepe.
Lasciarono i due fratelli lì, nudi a terra, con Vanessa, novella Madonna della Pietà, che reggeva Filippo colpito al petto dal cranio semi glabro del giovane guerriero.
- Svegliati Filippo, se ne sono andati, ho freddo e ho paura, voglio tornare a casa.
- Monica è pronto il caffè? – Le rispose Filippo ancora nel Nirvana.
- Sono io Vanessa. Siamo al parco del Tevere. Un gruppo di ragazzini ci ha aggredito. Riprenditi Filippo non ce la faccio più! – Piagnucolava Vanessa.
Stava per desistere quando il fratello riprese coscienza. Filippo si alzò di scatto, succhiando avida-mente aria e farfugliando una frase di poco senso: “Non sei pelato, non sei pelato!”.
La frase, inconsciamente pronunciata, era il frutto di un onirico viaggio che lo vedeva protagonista, suo malgrado, di un’impietosa scena: il ragazzone che lo aveva colpito con la testata che stava saltellando sulla pancia e lo prendeva in giro sulla pochezza del suo apparato riproduttore.
Vanessa, anche lei nuda e infreddolita, si era rannicchiata a terra. Filippo, al contrario, si era messo in piedi e camminava nervosamente parlando ad alta voce.
- Domani in ufficio lo faccio impazzire quel verme di Croci.
Aveva il morale ai minimi storici e con qualcuno se la doveva prendere.
- Ma lascialo perdere, pensa piuttosto ad un modo per tornare a casa – Vanessa gli fece notare che non avevano più telefonini e abiti e di conseguenza anche le chiavi della Jeep.
Filippo guardò attorno. Il cielo era terso e pieno di stelle, sembrava la corsia di fronte del raccordo anulare di notte. Il parco del Tevere ormai era semi deserto. Si grattò il mento e ruotò lo sguardo. Riuscì a vedere dall’altra parte del parco, quella vicino al fiume, un uomo seduto su di una panchina di ferro che stava parlando al telefono. Fece segno alla sorella di seguirlo in silenzio.
Col passo del leopardo si posizionarono dietro la panchina e stavano ascoltando la conversazione dell’uomo. Il tipo era un extracomunitario. Filippo studiò il piano. Lo rivelò a Vanessa:
- Mentre parla tu gli vai davanti e lo distrai, quando si stacca il cellulare dall’orecchio glielo prendo e scappiamo.
- Sei un povero pazzo! – rispose la sorella giustamente impaurita dalle probabili reazioni dell’uomo. – Non ho alcuna intenzione di andare davanti alla faccia di questo marocchino completamente nuda.
- Va bene va bene, devo fare tutto io, come sempre - sbottò Filippo scuotendo la testa.
- Sì nonno, ho appeso le ossa di topo davanti alla porta - disse, con gli occhi al cielo, il giovane stra-niero seduto sulla pachina.
Si chiamava Winston Bluebell, veniva da un’isola dei carabi. Suo nonno, lo stregone del paese, era considerato una specie di santone, un guaritore. Winston lo considerava solo uno sgozzagalline. Se n’era andato dall’isola per non fare la sua stessa fine: ballare attorno a cerchi di fuoco per scacciare i demoni dal corpo delle trippone incinte.
In Italia cercava la tranquillità, una vita da telefilm americano, un lavoretto, un gruppo d’amici con cui bere la sera e una ragazza. Un’italiana. Una ragazza magra, con un po’ di grilli per la testa, che lo te-nesse sempre attivo, piena d’interessi, una come quelle dei film di Woody Allen.
Filippo si alzò in piedi e andò davanti a Winston.
- Mi dia il telefono per favore.
Alla vista dell’uomo bianco nudo davanti a sé, il giovane straniero mulatto rimase con le labbra pendule e lo sguardo incredulo. Si ricordò, in quel preciso istante uno degli insegnamenti di suo nonno: "Cigouaves", il demone con il pene a verruca.
- Nonno, nonno, avevi ragione c’è Cigouaves, aiutami che devo fare?
- Cigouaves? È nudo e quasi senza pene?
- Sì nonno è lui!
- Grande Obatala! Prendi sei occhi di pipistrello, buttali a terra calpestali e recita il Botswa.
- Nonno non ce li ho gli occhi di pipistrello!
- Come fai ad uscire la sera senza gli occhi di pipistrello?
- Aiutami svelto che vuole da me? – Il giovane si era rannicchiato sulla panchina mentre il demone si stava avvicinando.
- Vuole il tuo pene per darlo alla sua compagna, lì vicino ci dovrebbe essere anche un altro demone dalle sembianze femminili.
Winston girò la testa e vide accovacciata dietro la panchina la compagna del demone anch’essa nu-da.
- C’è! c’è! è dietro di me. – Gridò il giovane al nonno.
- Vuole mangiartelo, devi inserirlo dentro di lei e pregare con la faccia rivolta verso un albero o lui te lo taglierà, fai presto e la prossima volta portati dietro gli occhi di pipistrello.
Winston si alzò di scatto, lasciò cadere il telefono cellulare, abbassò i pantaloni e gli slip e con uno slancio saltò dietro la panchina agguantando Vanessa.
- Ehi ma che vuoi? Che hai intenzione di fare con quel pitone? Non penserai di … aiuto Filippo que-sto mi violenta! – Vanessa a terra, con il collo bloccato dalla mano di Winston e le gambe divaricate, chiese aiuto al fratello che la degnò solo di una rapida occhiata, fece spallucce, raccattò il telefono da terra e compose il numero di casa sua.
- Monica, sono io. Vienimi a prendere, sono al parco del Tevere. Veloce!
- Ma, hai avuto un incidente, stai bene? – chiese la moglie preoccupata.
- Muoviti! – e riattaccò.
Dopo circa dieci minuti l’auto di Monica si fermò davanti all’ingresso del parco. Mentre la donna si passava il rossetto sulle labbra sentì aprire la portiera posteriore della sua auto e vide due figure entrare.
Erano Filippo e Vanessa. Completamente nudi. Monica non fu in grado di una minima reazione, spalancò solo gli occhi e diede una rapida occhiata dietro poi voltò lo sguardo in avanti.
- Ti vuoi muovere che sto congelando? – le disse il marito.
- Ti vuoi svegliare? Metti in moto sto carcassone e andiamo! – aggiunse Vanessa.
Monica non fu in grado di reagire.

...

mercoledì 23 giugno 2010

Sdeng! nr. 4


Nel 4° numero della rivista "Sdeng" trovate tre miei racconti - Chiudi gli occhi, Surreal Tango e Mushroom - preceduti da una bellissima illustrazione di Paolo Pazzaglia.

mercoledì 16 giugno 2010

In un punto nascosto della mente. (incipit)



Pubblicato nell'instant Antology del mese di Giugno edita da Perrone Lab
a tema: "I luoghi", dal titolo: "Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada"
che sarà presentata alle ore 19 di lunedì 19 Luglio presso la sala de "Il Simposio" a Roma.

leggi l'incipit

Crocky non aveva sempre avuto questo soprannome, glielo affibbiarono Grinder e Mush ad Amsterdam.
Quel giorno preciso uscì dal cesso della loro camera d’Hotel ed annunciò ai due amici: “Mi sono fatto la barba”.
Mush lo guardò in faccia ed esclamò: “Che cazzo sono quei cosi sopra la bocca?”
“Sono baffi, coglione!” rispose Crocky.
“Sembri un messicano con quei cazzo di baffi” disse Mush mentre, steso sul letto a castello, gironzolava col telecomando in mano per i canali della tv satellitare. Smise di smanettare quando apparve la pubblicità di una marca di tortillas. Un corvo baffuto stava indossando un sombrero e gracchiava: “Hola soy Crocky te gusta tortillas?”
Grinder, anche lui steso sul suo letto, con le braccia inermi lungo i fianchi, si mise a ridere senza riuscire ad aprire bene gli occhi, fu solo in grado di ripetere: “Crocky, Crocky”. Così fece anche Mush.
“Ridete pure buffoni” così dicendo, Crocky, si buttò sul suo letto, sotto a quello di Mush, dopo aver tolto dalla coperta un paio di pacchetti di patatine aperti e una confezione di lattine di birre da sei.
“Quanta Skunk c’è rimasta?” chiese Mush.
“Una decina di grammi” rispose Grinder.
“Io ho preso anche cinque scatole di Dangerous Dragons” disse Crocky.
“Ti ha dato di volta la cocuzza brutto messicano? Quei funghi marci spappolano il cervello!” rispose Grinder.
“No amico, te lo aprono” disse Crocky.
“E cosa speri di vedere nel tuo melone scappottato?” gli chiese Mush.
“Rivoglio l’odore dell’amore” rispose Crocky guardando fuori dalla finestra.
....

giovedì 29 aprile 2010

Mushroom (INCIPIT)




è stato inserito all'interno dell'antologia, dedicata al tema del CORPO,
dal titolo "Quando la pelle non ci separava" che uscirà in
questi giorni per Perrone LAB.
Il volume sarà presentato lunedì 24 maggio 2010 alle ore 19,00 presso il
Simposio (via dei Latini 11 ang. via degli Ernici 1-5 - San Lorenzo,
Roma).


Racconto di Mauro Fodaroni INCIPIT


Mirka, con i palmi delle mani, si grattava le tempie rasate.
- Uha! Uha! Uha! – gli unici suoni che uscivano dalla sua bocca con un rigagnolo di saliva che le pendeva dal labbro inferiore.
La liana di bava si staccò, colando sulla canottiera sopra una macchia rossa a forma di nebulosa.
Sul divano del salotto Seidel aveva la chitarra appoggiata sulla coscia destra e muoveva il plettro senza toccare le corde. Gli unici cigolii li procuravano gli accordi della mano sinistra.
La porta di casa si aprì senza avvisi. Ne apparve la figura di un secco con la giacca di pelle sopra una maglietta di cotone gialla. Il tipo superò Mirka senza degnarla di uno sguardo e raggiunse il salotto. Ascoltò per un minuto buono il botta e risposta tra i due. Sorridendo fece una smorfia, si diresse verso il frigo e tirò fuori una birra, accese la tv e si buttò sul divano.
- Lo sai che nel milleduecento gli alieni sono arrivati sulla terra? Hanno distrutto totalmente la civiltà esistente che era avanti anni luce rispetto a questa e ..- disse Seidel senza neanche guardare in faccia il secco.
- Te l’ha detto Mirka immagino – lo interruppe l’altro.
- No Bullet, l’ho studiato, è scritto nei libri.
Bullet buttò gli occhi sopra il tavolino, notò le pastiglie, la stagnola e le pipe e svogliatamente aggiunse - Ah Ah!.
.......

lunedì 8 febbraio 2010

Surreal Tango (Incipit)




è stato inserito all'interno dell'antologia, dedicata al tema della FOLLIA,
dal titolo "Scantinati per meduse e fiori di cristallo" che uscirà in
questi giorni per Perrone LAB.
Il volume sarà presentato lunedì 22 marzo 2010 alle ore 19,00 presso il
Simposio (via dei Latini 11 ang. via degli Ernici 1-5 - San Lorenzo,
Roma).

Ospite della serata: Giuseppe Aloe (autore di Non è successo niente -
http://giulioperroneditore.it/node/375)

Interverrà l'editore Giulio Perrone


Surreal Tango
Mauro Fodaroni


La luna, un enorme e vecchio piatto pieno di crepe, rifletteva una luce candida sulla città.
Nel vicolo di via Hesse stava avanzando la notte con tutte le sue promesse da non mantenere. Rigagnoli d’acqua e fumo dagli scarichi di un ristorante cinese. Lampi di neon intermittenti dall’insegna della sala da ballo “Cane Andaluso”. Solo un gatto con passo pigro attraversava la strada.
Davanti alla vetrina di un negozio abbandonato un uomo con due borse della spesa. L’uomo, immobile ormai da più di mezzora, specchiava la sua immagine sul vetro. Gli occhi grandi e scavati quasi sparivano dietro le due spesse lenti da vista, le guance asciutte e ricoperte dalla barba di almeno tre giorni, il collo magro con un pomo d’Adamo piccolo e appuntito come una bolla d’acne.
...

giovedì 12 novembre 2009

V.M. 18

Valerio M. 18 anni

Entro in casa sua, mi aveva cercato nel pomeriggio, era la prima volta questa settimana. Sta ascoltando e cantando la sua canzone preferita “Sin la fine tu trascini la nuestra vida, sin un attimo de rrespiro na na na na mano grandes, mano sin la fine” *. Lei è in cucina che scalda il piatto e mi sorride invitandomi ad entrare: ”Hola amor, prepara el nostro cocktail intanto!”. Il nostro cocktail , alla faccia del succo alla pera! prendo il rhum e sei bicchierini, li riempio e li metto in fila sulla tavola. Arriva Maria col piatto caldo, “Adesso ci facciamo el nostro Way-coca amor!”. La taglia, la stende sul piatto e come al solito mi chiede una tessera per schiacciarla. Mi sono iscritto ad una videoteca per avere una tessera nuova e farci mettere una mia foto decente, quella che usavo prima era la tessera dell’autobus scaduta di due anni prima e ogni volta che Maria la usava mi ripeteva “che nino amor aqui!” mettendomi sempre in imbarazzo.
Sì, lei è più grande di me, avrà il doppio dei miei anni, ma io non posso smettere di pensarla. Iniziamo. Ci sono sei “spari” e sei bicchieri di rhum sopra la tavola. Un rigo, un bicchiere, un rigo, un bicchiere e così un altro ancora. Siamo fatti, entra dentro che è una meraviglia, l’euforia ci fa abbracciare e comincio a baciare Maria, la appoggio al tavolo e le alzo la sottoveste nera, lei con le sua gambe lisce e nude mi cinge la vita, stringendomi tanto da impedirmi qualsiasi movimento. Mi dice: ”Prima fammi el servizio amor, te atende al solito puesto, la rroba è in bagno”.
Non dico una parola, le do un colpetto sulla coscia come segno d’intesa, lei apre le gambe e corro in bagno, alzo quinta la mattonella della seconda fila, quella più nascosta, lontana dalla finestra e dal termosifone.
C’è la scatola di Romeo & Juliet piena di involucri contenenti cocaina già tagliata dalla mano sapiente di Maria, circa 300 grammi x 10.000 euro di valore. Ho sognato mille volte di sposare Maria, aiutarla nel lavoro e mettere via un bel gruzzolo per andare a vivere con lei ai caraibi. Mi ha parlato spesso di un mare senza alghe, dei cocktail con il vino e la frutta e delle feste che si fanno in quei posti, altro che questa vigliacca periferia ingrata! Esco dal bagno e ritorno in cucina, Maria mi dice: ”Estai atento amor” e mi mette in mano una pistola “E’ carica” aggiunge.
Non avevo mai tenuto un cannone in mano, non sapevo nemmeno dove metterlo, avevo paura che mi partisse un colpo sulle palle, così lo tengo nella tasca interna del giubbetto.
Il solito servizio consiste nell’andare al parco, sedersi sull’unica panchina non illuminata e aspettare un tizio che mi chiama con un cenno, seguirlo, scambiare i pacchi, controllarne il contenuto e tornare da Maria a fare l’amore. Non capisco il bisogno della pistola. Sono arrivato in orario, di solito il tipo è puntuale, ma oggi non si vede, aspetterò ancora dieci minuti poi andrò via, ho addosso troppa roba e si sta facendo tardi. Quando sento:”Ehi tu! mani in alto polizia!” cazzo! sono fottuto! il tipo viene verso di me con la pistola puntata, io infilo la mano nella tasca interna del bomber per togliere il cannone e buttarlo via prima che me lo veda. Come tiro fuori la pistola lo sbirro mi vede “Mettila a terra stronzo! vuoi morire? hai scelto oggi come giorno per morire? non fare scherzi ragazzino, mettila giù!” La mia mano inizia a tremare tanto che involontariamente premo il grilletto “Click!” per fortuna era scarica, ma il poliziotto non se ne accorge e d’istinto mi spara, vedo una fiamma uscire dalla sua mano e sento un gran bruciore sotto l’occhio sinistro e un sibilo fortissimo che mi rimbomba nelle orecchie. Non ho le forze, cado in ginocchio, e poi in avanti, sono a terra.
Il sangue caldo sta affogando i miei occhi, le dita dei piedi e delle mani stanno diventando di ghiaccio. In questi momenti ti dovrebbe passare tutta la vita davanti, io vedo solo Maria. Avrei voluto darle un altro bacio.
Sento la voce del poliziotto “Povero stronzo la tua puttana ti ha venduto!”, mentre mi mette una mano nel giubbetto per cercare la roba, ma io non ci credo, lei mi ama io sono il suo “amor”. Il mio cuore ha continuato a battere un altro minuto in più, solo per lei.

*scusa Gino

giovedì 5 novembre 2009

Umbria, geografie del mistero



- Umbrialibri 2009 -
Perugia, ex chiesa S. Maria della misericordia domenica 15 Novembre ore 10.30,
Presentazione del volume: "Umbria, geografie del misteto" a cura dello scrittore Giovanni Pannacci

Nel volume è stato inserito un mio racconto noir:
"La regina d'Inghilterra"

Incipit
La Regina d’Inghilterra.

Se fosse stata nella sua Liverpool, Alice Branagan, non avrebbe avuto alcuna difficoltà nel trovare la sua marca preferita, i Night shop, degli immigrati indiani, ne tenevano sempre una certa scorta.
Dove si trovava adesso, in quel mini market nel centro di Perugia, cercare una Carling Gold River era un’impresa pressoché impossibile. Davanti ai suoi occhi troneggiavano, infatti, tre marche di birra italiana, dal gusto troppo amaro per il suo palato anglosassone, svariate lattine di birra chiara tedesca troppo leggere per il suo giovane fegato inglese bisognoso d’alcool e varie bottiglie di vino, decisamente troppo care per le su tasche di studentessa Erasmus.
Si arrotolò una ciocca dei suoi biondi capelli, fingendo di controllarseli sullo specchio antitaccheggio e si avviò alla cassa mostrando solo un pacchetto di gomme da masticare.

lunedì 12 ottobre 2009

Strano amico

Era un amico, se così si può definire, molto particolare. La persona più conformista che si potesse conoscere.
C’incontrammo ad una festa dove nessuno dei due conosceva i padroni di casa e molti degli altri partecipanti. In verità io non conoscevo nessuno in quanto chi mi aveva invitato non era venuto.
Una di quelle feste tipo open house dove la gente di quel tempo portava altra gente e via discorrendo, dove si beveva, si parlava di filosofia, di politica e si rimaneva in silenzio, col bicchiere di plastica in mano, ascoltando quello che aveva la parlantina migliore. Roba da universitari insomma.
Avevo nella mano destra uno spritz che mi aveva preparato una ragazza conosciuta quella sera. A prima vista sembrava carina, una chiacchiera tutta entusiasta, grandi occhi azzurri che ruotavano nelle orbite. Veramente un bel paio d’occhi. Però poi sorrise un po’ troppo di gusto ad una mia battuta. In effetti quella battuta faceva ridere sempre, le ragazze si sganasciavano quando la raccontavo e allora la usavo sempre per fare colpo. Come faceva? Bho ora non me la ricordo più però era un bel cazzo di battuta da far svenire dalle risate. La ragazza, dicevo, si sganasciò pure lei e mi mostrò quello schifo che aveva in bocca. Una roba! Denti piccoli e gengive grandi. Provai anche a superare la cosa ma non ci riuscii. Dovevate vederla. Un mulo. Pensai al poveraccio che l’avrebbe sposata. Pensate al mattino. “buongiorno amore” appena sveglio e guardi la donna che ti sta al fianco. Fortunatamente un ragazzo con gli occhiali e pettinato male pensò bene di chiederle un altro spritz così riuscii a levarmela di torno. Quello spritz del resto faceva pure schifo perché lei, la gengivona, non metteva mai più di un dito di prosecco. Che roba. Solo una con quei denti poteva pensare una cosa del genere.
Ero al tavolo a cercare una bottiglia di prosecco per aggiungerne altre due dita quando sentii per la prima volta la sua voce.
- Assaggi il mio negroni, lo spritz della signorina Annika è buono ma secondo me gli mancano due dita di prosecco.
Ci capimmo subito. Si scusò per non essersi presentato e mettendosi una mano sul petto mi disse che si chiamava Oliver ma tutti lo chiamavano Doc. Anche a me avevano affibbiato un soprannome all’università, ma non glielo dissi. Mi faceva schifo il mio soprannome. Il matto. “Attenti arriva il matto”, “Guarda che occhi”. Lasciavo scie di risatine da ragazze che tenevano al petto libri pieni di porcherie universitarie e ragazzi con vestiti puliti e ben rasati. Non gli chiesi perché lo chiamassero Doc, ovviamente pensai che si fosse già laureato, era sicuramente più vecchio di me quel precisino, ma non glielo chiesi perché non volevo che si entrasse nell’argomento università. In effetti per me quegli anni erano uno schifo. Che roba.
Quando studi lettere e filosofia ti possono capitare due cose. O ti laurei subito e macini esami come una falciatrice il fieno o ti inquieti e dai di matto perché è quella stronza filosofia che ti porta a dare di matto, almeno a me. Però con lui restai sul vago ogni volta che si entrava nell’argomento. “Sì è ok!”, “Sai si studia”, “Shopenhauer è una forza, ma parliamo delle ragazze hai visto quella con le tette rifatte?”. Cambiavo argomento, mi sembrava la cosa più giusta da fare. Uno perché sono fatti miei. Due bho!, insomma non ci deve essere sempre una spiegazione per tutto non vi pare?
Anche lui prima di arrivare là non conosceva nessuno ma dopo una mezz’oretta già dava pacche sulle spalle a Rodrigo e Marcel i due affittuari dell’appartamento e scambiava battute di riferimento con chi incontrava. Quella stessa sera mi disse che, se per me andava bene, ci saremmo rivisti il giorno dopo a casa mia, “ok” gli dissi e tracannai il bicchiere tutto d’un fiato. Che roba quel negroni era proprio buono.

Quel periodo avevo un hobby. I due ragazzi che dividevano l’appartamento con me, un ubriacone che veniva dal Veneto e un romano che puzzava da morire, che schifo dovevate sentire che puzza veniva dalla sua stanza. Una roba. Quei due malati mentali, dicevo, avevano installato una tv satellitare e con una scheda pirata riuscivano a vedere le partite di calcio. Li dovevate vedere. Uno con gli occhi rossi che beveva vino e smadonnava in veneziano e lo sporcone stendeva le gambe coi suoi calzini sudici sul mobiletto. Guardavano ogni tipo di partita. Calcio serie A, Calcio primavera, calcio dilettanti, calcio serie B, C, D e tutto il resto, anche le repliche e le trasmissioni di stupidi sgrammaticati con pochi capelli in testa che mostravano moviole di pallosissime azioni di gioco e scosciate giovani donne. Ogni volta che aprivo i libri sentivo la telecronaca di una stupida partita che m’infastidiva. Mi ero proprio stancato di mettermi seduto, aprire il libro, leggere, ripetere e poi non ricordarmi niente di quello che avevo letto e ripetuto perché in sottofondo sentivo sempre quelle interminabili telecronache con un tale con la voce monocorda e un altro che sbagliava i congiuntivi e rideva istericamente. Chiusi i libri e mi avvicinai ai miei due coinquilini. “Chi gioca?” gli domandai.
Era la replica di una partita di serie A. Non mi chiedete i nomi delle squadre, perché non me li ricordo, ah sì forse una era il Lazio o Firenze..bho! Comunque mi misi dietro ai due e ascoltai i loro commenti, mi divertivo un sacco. I giocatori avevano nomi bellissimi, nomi epici da leggere sui libri di storia, nomi di eroi. Quando un giocatore che aveva un bel nome prendeva palla io chiedevo “E’ un giocatore forte questo?” Il veneziano rispondeva “Uelà!” e il romano ripeteva sempre nello stesso modo ben scandito ed a voce alta il cognome, il nome, due punti “ha militato nella Lodigiani, nel Como,….” Ah Ah, sapeva tutto. Anche i goal che il giocatore aveva realizzato in carriera. Incredibile. Che roba. Da perderci la testa. Poi vedevo che oltre i giocatori delle due squadre c’erano anche altri uomini in campo. Gli chiedevo chi fossero e lui schifato “è l’arbitro Rombon di San Donà esordio in serie A il ..”, pure l’arbitro aveva il nome da eroe. “E gli altri due con la bandiera in mano che corrono come granchi? Come si chiamano?”. Alla mia richiesta strizzò le labbra e scosse la testa. Non sapeva i nomi dei guardalinee. Era fantastico perché, con un cognome idiota come il mio, avrei potuto lo stesso fare il guardalinee. Avevo un hobby dicevo, giusto. No, di questo stupido gioco del pallone me ne dimenticai appena i due ragazzi se ne andarono. In effetti un po‘ mi mancano anche se puzzavano e vomitavano per casa.
CONTINUA

mercoledì 7 ottobre 2009

Super Sayan

A volte capita che anche una frase semplice, diretta, ma detta dalla persona giusta, abbia il potere di cambiarti l’umore, anche se si tratta del solo ricordo di quella frase.
Sinceramente mi capita spesso di svegliarmi già nervoso, andare al bar della statale per un caffé e un pacchetto di Camel e di ritrovarmi a pagare con l’agitazione che fa tremare le mani.
Mi è successo anche stamattina. Avevo il portafogli in mano ed ero in fila alla cassa del bar. Davanti a me c’erano due uomini che ci stavano "provando" con la cassiera, una falsa bionda con la faccia quadrata e gli occhi piccoli.
Che diavolo ci trovavano quei due proprio non lo so.
Buttavo energicamente fuori aria dalla bocca e sbattevo rapidamente il piede destro per terra. Anche la cassiera non dimostrava interesse nei miei confronti.
Ho alzato la mano impugnando il portafogli.
- Posso pagare il caffé? – Le ho detto a voce alta dalla mia terza posizione della coda. La mia lamentela però non ha solleticato per niente la vanitosa ragazza con la ricrescita. La tipa era in preda alle smancerie dei due tipi vestiti da rappresentanti di prodotti farmaceutici in abiti blu e cravatte scure e con ancora gli auricolari dei telefonini infilati nelle orecchie.
- Questo ti è caduta dal portafogli.
Una ragazza, anche lei in coda dietro di me, mi dà un colpetto sulla spalla e sorride guardando quello che mi stava restituendo.
Dal portafogli mi era caduta la figurina plastificata di Goku Super Sayan.
Mi sono defilato dalla coda per la cassa e mi sono immerso nei ricordi di quella figurina.
Due anni prima, quando ancora arbitravo in serie C, prima dell’inizio del campionato chiesi a mio nipote Jerry di darmi un portafortuna per la stagione perché in ballo c’era la serie A.
Il piccolo si mise l’indice alla bocca e puntò gli occhi al soffitto.
- Guko, l’eroe buono che combatte il male! – Mi disse invaso dalla soddisfazione.
- Lo porterò sempre nel taccuino – Gli risposi.
E fu così, veramente. Per quasi tutto il campionato portai nel taccuino dove annotavo i gol e i provvedimenti disciplinari la figurina plastificata del cartone preferito di mio nipote.
Andò tutto troppo bene. Prima di scendere in campo baciavo la figurina, prima del colloquio con l’osservatore che mi avrebbe messo il voto stringevo Guku Super Sayan tra le mani.
Suscitando non poche ilarità nei miei colleghi arbitri, che però poi sorridevano compiaciuti quando dicevo loro la provenienza del portafortuna.
La mattina dell’ultima partita di quella stagione ero nel panico ansioso più totale. Dovevo viaggiare da solo fino alla città della gara. Mi svegliai in ritardo e feci la borsa in fretta e furia.
Mi dimenticai il taccuino a casa.
La gara andò male. Quel giorno entrò nello spogliatoio il nostro capo che era venuto con la decisa intenzione di scegliere se mandarmi in serie A oppure no.
Decise per il no. Al ritorno la porta di casa si aprì da sola, mio nipote era dietro che mi aspettava ansioso.
- Allora? – Mi chiese con la curiosità dei suoi sette anni.
- È andata male – Gli risposi.
Mi abbracciò e mi disse che anche Guko era morto ma adesso era nel paradiso dei Super Sayan a proteggere i suoi figli.
E’ grazie a mio nipote che non ho rimpianti di quell’esperienza.
Grazie a lui ed al bene che mi ha dimostrato, per tutto il campionato mi sono allenato, preparato e impegnato come mai avrei potuto fare.
Sono riuscito ad arrivare ad un piccolissimo balzo dall’ambitissima promozione nella categoria professionistica, ma questo continua tuttora a non importarmi.
La mia serie A l’ho già conquistata e la riconquisto ogni volta che Jerry mi abbraccia e mi dice “ti voglio bene zio”.

- Te l’ho offerto io il caffè – mi ha detto la ragazza che mi aveva restituito la figurina plastificata.
- Grazie due volte allora –
- Fugurati! con un po’ di gentilezza sai quante cose andrebbero meglio…

giovedì 10 settembre 2009

Braco

Braco viveva il suo maggior momento d’infelicità. Godeva soltanto quando captava negli altri suoi amici sentimenti di angoscia e frustrazione. Quindi parlando con loro cercava sempre di metterli di cattivo umore, di scoraggiarli, di trovare in loro quel “qualche cosa” che proprio non andava.
Quel pomeriggio si trovava al bar della stazione di rifornimento davanti alle mura della sua città. Uscì dal locale mangiando la sua coppetta gelato da due euro. Notò che Red, un suo amico, stava fumando una sigaretta davanti alle pompe di benzina.
Colse al volo l’opportunità che Red gli aveva offerto e deciso gli si avvicinò.
- Freud direbbe che il tuo è un tentativo bello e buono per cercare di morire. – gli disse Braco con la testa immersa nella coppetta.
Red, aspirò lentamente una boccata mentre un caldo soffio di vento gli accarezzava i capelli.
Non rispose alla domanda provocatoria di Braco, provocatoria perché sapeva bene che se lui faceva anche solo una battuta era con l’intenzione di metterti in difficoltà.
Red era l’unico che ancora non si era trovato a fronteggiare i suoi rompimenti di coglioni ma aveva capito che adesso era arrivato il suo turno. Decise di giocarsela d’astuzia.
- Allora? Sei depresso? Ti senti solo?, da te non me lo sarei mai aspettato, sei un animale sociale, sei sempre su di giri, sempre allegro, per questo ti considero anche un po’ frivolo, e oggi che fai? Tenti il suicidio? – Braco aveva sferrato l’attacco.
Una serie di viperate assolute che avrebbero fatto crollare anche il più santo dei devoti di Padre Pio.
Red non mosse un ciglio. A questo punto Braco si era convinto: Red era la persona più infelice di questo mondo!
- Che cosa ti rende così triste? – incalzò Braco.
- Perché sei così infelice? La ragazza vero? Ho sempre pensato che lei ti tradisse, tu sei troppo poco per lei.
Neanche questa malvagità fece sussultare Red.

CONTINUA 13/09/2009

Red rimaneva immobile con lo sguardo una spanna sopra i capelli unti di Braco.
Braco lasciò cadere la coppetta gelato e si avvicinò ancora di più alla faccia del suo amico, indispettito dal fatto che le sue domande non avessero ottenuto un'appropriata considerazione.
Poi la bocca di Red si schiuse rapidamente e le labbra pasteggiarono qualche istante il dolce sapore del Virginia.
- Sì - Disse Red.
Braco si aggiustò gli occhiali sulla fronte. Cominciò a vibrare. La testa scattava rapidamente di lato e con gli occhi, rapidi come palline da flipper, cercava visi amici per il necessario conforto.
- Sì?! cosà? - Gli domandò.
Poi senza attendere la risposta che probabilmente sarebbe tardata oltremodo ad arrivare aggiunse:
- Sì cioè, vuoi dire che ti senti veramente infelice?.
Ancora qualche breve attimo di pausa, nel quale Braco cominciò a grattarsi le cospicue maniglie dell'amore, arricciare un paio di volte il naso ed emettere suoni simili ad imprecazioni del tipo: "Sì, sto coglione mi viene a dire di sì, ma chi si crede di essere, mortacci sua!"
- Sì, non credo di essere felice. - Zac! la trappola che Red aveva escogitato era scattata alla perfezione e con questa frase fece strabuzzare gli occhi di Braco che incredulo si passò il palmo della mano sulla barba e il dorso sulla fronte.
- Ma avrai qualche momento di serenità nella vita... non puoi essere così, cioè sempre così giù di morale - Braco ora cercava di farlo ricredere.
- Felice, Braco, Felice! Stiamo parlando di felicità, non di serenità, la serenità è un'altra cosa, nessuno può essere sempre felice, anzi ti dirò di più non credo che esista una persona veramente felice.
Una mazza da Basebal nella fronte gli avrebbe fatto meno male. Braco sudò freddo ripensando a cosa gli erano serviti tutti quei libri sulla psicoanalisi, tutti quei corsi comportamentali, tutte le ora passate sopra le riviste di filosofia, se uno che considerava intelligente come una lucertola, che pensa solo a divertirsi il sabato sera e rimorchiare le ragazze lo gelava con una frase come questa?
No! doveva reagire.

CONTINUA (sempre su questo post) 16/09/2009

- Io credo che il tuo comportamento sia solo dovuto all’immaturità, al fatto che tu non rifletti abbastanza sugli aspetti della vita che … -
- stronzate Braco, solo stronzate – Red lo interruppe con voce ferma ed impostata.
- Ecco ho trovato! Nichilismo! Devi aver letto su qualche rivistine di gossip che adesso va di moda il nichilismo, poi avrai controllato sul vocabolario il significato ed infine te lo sarai fatto spiegare da uno che almeno la laurea l’ha presa.- Braco si convinse della bella risposta che gli aveva dato al punto che un sorriso ed un’espressione di sicurezza spuntarono sul suo viso.
- Se non sei d’accordo con quello che penso perché non mi dimostri il contrario? – replicò Red dopo aver fatto un paio di cerchietti col fumo che gli usciva dalla bocca.
- Come, cosa? Dimostrarti che?, come dovrei fare, non ho bisogno di dimostrarti nulla, è impossibile che al mondo non ci sia almeno una persona felice caro il mio Ballerino di salsa sfigato.
Rispose Braco.
- Allora se ne sei convinto scommettiamoci su. – Ora gli occhi di Red che per tutta la durata della conversazione erano stati cullati dai rami dei pini mossi dal vento si erano posati freddamente sul viso del suo antagonista.
- Cosa dovrei fare? Sentiamo, pensi che io abbia paura di uno che non conosce la differenza tra congiuntivo e condizionale? – Lo provocò Braco.
- Se per questo anche tu, prima.. – gli rispose ridacchiando Red.
- Questo no! Questo non lo accetto perdinci!, va bene facciamo la tua stupida scommessa, dammi tre giorni e ti porto a casa una persona felice. –
- Ok, Braco, oggi mi sento buono facciamo che ti do anche una settimana, se entro sabato prossimo riesci a trovare una persona veramente felice e portarmela a casa avrai vinto.-
- Ok ci sto! – Rispose Braco pensando che il suo amico fosse soltanto un povero coglione.
- Che cosa ci giochiamo? – aggiunse Braco con un'espressione da sicuro vincitore.
- Facciamo che chi perde per un mese non si farà vedere in giro se non con una maglietta con la scritta “Io sono troppo stupido”, alla maglietta ci penso io, tu comincia a correre, vedrai non sarà facile. – Gli disse Red.
- Tu non preoccuparti per me, anzi ti dirò di più inizierò domani con calma, tanto sono sicuro di vincere subito la scommessa - Rispose Braco.
I due si salutarono, Red guardò Braco mentre si apprestava a ritornare dentro al bar e fermatosi all’ingresso dove c’era un gruppo di ragazze chiese ad una di loro una cosa all’orecchio, la ragazza prese la borsetta lo colpì con uno scatto di nervi e gli disse di "andare a cagare".

La mattina dopo Braco si svegliò presto. La sera, prima di addormentarsi, aveva pensato a qualche conoscente che potesse fare al caso suo. Ma ognuno di quelli a cui pensava aveva dei problemi che l'impossibilitavano di certo alla piena felicità. Si decise, quindi, di andare subito "sul campo". Uscì di casa, attraversò le mura medioevali del centro storico, risalì per le vecchie stradine tra i palazzi ottocenteschi ed arrivò davanti alla chiesa del Duomo.
Pensò di evitare coloro che uscivano dalla chiesa dopo la messa, in quanto, pensava che tutti i cristiani soffrisero di uno stupido senso di colpa collettivo, li riteneva una specie di casta di ritardati mentali, quindi difficilmete, secondo lui, avrebbe trovato persone felici.
Voltò lo sguardo e vide i giardini pubblici, da dove venivano grida di bambini alle prese con i giochi che l'amministrazione comunale aveva montato da qualche mese.
Venne colto da una folgorazione. "Perché non ci ho pensato subito? i bambini devono essere per forza felici, non hanno problemi, giocano e basta, non capiscono niente, eh eh troppo facile, Red ti ho già fregato!" disse tra di sè mentre superava i cancelli d'ingresso dei giardini.


CONTINUA (sempre su questo post) 21/09/2009

Braco si avvicinò ai bambini che stavano alle altalene, più li vedeva sorridere più sentiva avvicinarsi la vittoria della scommessa con Red.
Tirò fuori la macchina fotografica e pensò d’immortalare quelle faccette piene di gioia per avere maggiori prove da mostrare all’amico, poi si rivolse ai piccoli festanti.
- Ciao bambini, posso farvi una domanda? – Chiese ai bimbi. I bambini non riposero subito, dovette quindi alzare un po’ la voce?
- Bambini, ripeto, mi ascoltate per favore? Rispondete alle mie domande così da fare una buona azione?
La calma di Braco andava scemando,la sua voce aveva assunto il tono di un disperato alla ricerca di aiuto e questo ai bambini non piacque, perciò non gli risposero. Ora Braco era visibilmente nervoso e rimessa la macchina fotografica nel marsupio si avviò rapido verso l’altalena. Con una mano prese la catena di metallo e fermò l’altalena in corsa. Il bambino che era seduto sopra cadde rovinosamente in avanti, fortunatamente non batté la testa perché si riparò con le mani ma si fece male alle ginocchia che grondavano sangue come le lacrime dai suoi occhi.
- Maledizione, che vi insegnano i vostri genitori, quando un adulto vi parla lo dovete ascoltare!
Tuonò Braco dondolando nervosamente la catena dell’altalena. I bambini si misero a piangere tutti assieme. Braco cercò di farli ragionare ma dovette accasciarsi a terra quando sentì un colpo fortissimo che lo raggiunse dietro la testa. Si tirò su e vide un vecchio che agitava un bastone di legno in aria che con espressione minacciosa gli intimò di andare via subito.
- Vattene brutto pervertito pazzoide, se ti fai vedere qui un’altra volta per te saranno guai.
Braco si rialzò da terra e a testa bassa si diresse verso l’uscita quando sentì una voce che lo chiamò.
- Signore scusi che cosa ci voleva chiedere? – Era un bambino che aveva lasciato la comitiva e con la sua faccina angelica si era rivolto al povero Braco.
- Bambino, grazie – Il faccione di Braco s’illuminò di un sorriso spontaneo, felice di aver trovato almeno un bambino disposto ad ascoltarlo. Dentro di sé pensò “Eccolo, ne sono sicuro eccolo, questo bimbetto, anche se un po’ bruttino, sarà il Braco del futuro, eccolo un vero pensatore, un’anima nobile”
- Allora signore che cosa ci voleva chiedere? – Gli ripeté il bambino mentre dondolava col busto e le mani dietro la schiena. Braco s’inginocchiò e avvicinò la sua faccia a quella del bambino e accarezzandogli la testa gli chiese:
- Volevo sapere chi di voi è felice, soltanto questo, tu sei felice piccolino?
Ma il piccolo aveva in mente altro che rispondere alla domanda di Braco, infatti dietro le mani teneva un bastone con infilzata una cacca di cane e la spiaccicò sulla faccia di Braco per poi salutarlo con una pernacchia e correre di nuovo dai suoi amici che si erano gustati la scena ed ora tutti assieme ne stavano ridendo.

Continua ( sempre su questo post ) 22/09/2009

Braco, infuriato, si rimise in piedi. Con passo svelto e con lo sguardo basso s’incamminò, scalciando i sassolini dello stradellino, fino all’uscita, inveendo e offendendo i vecchi e i bambini presenti. Dopo essersi pulito il viso e gli occhiali alla fontanella si rivolse ancora ai piccolini.
- I vostri genitori vi odiano! Presto sarete dati tutti in adozione!
Poi con un sorriso ritrovato uscì finalmente dal giardino. Tirò un sospiro di sollievo come chi guarda l’orologio e vede che ancora è in anticipo quando prese un bel respiro e si diresse verso il centro della piazza. Si convinse della difficoltà della scommessa ma allo stesso tempo pregustava la faccia da stolto di Red che con la bocca spalancata gli dava ragione e lo proclamava vincitore.
Mentre camminava pensava a voce alta. Osservava Braco. Studiava le persone. Le immaginava nelle loro vite di tutti i giorni. La sua attenzione fu catturata da un cameriere che serviva cappuccini ai tavolini del bar del Centro. “effettivamente è un bel ragazzo, e questo aiuta, sorride, lavora serenamente, però è pur sempre un cameriere, probabilmente non avrà finito gli studi e si sarà dovuto cercare un lavoro per tirare a campare, o magari è il figlio del padrone del bar, allora le cose potrebbero essere diverse.”
- Senti tu, questo posto è tuo?
Chiese al cameriere mentre dava il resto a delle turiste tedesche che lo riempivano di complimenti.
- Come dice signore?
Gli rispose il cameriere.
“Non è nemmeno molto sveglio, forse sto perdendo tempo” pensò Braco.
- Dicevo se questa baracca è tua o sei solo un dipendente.
- Questo BAR, è del signor Carosi.
- E fai solo questo di lavoro?
- E quanti altri lavori dovrei fare secondo lei?, E poi cosa le interessa?
Rispose il giovanotto strusciandosi il dorso delle mani sul gilet rosso.
- Niente, niente era solo per chiedere.
Rispose Braco con sufficienza e un’espressione che voleva palesemente dire ”Fallito!”.
Il cameriere andò nel retrobottega e ritornò con un cartone di succhi di frutta.
Braco si convinse di guardare oltre. Ne fu quasi felice, in effetti era felice ogni volta che una persona dimostrava, secondo il suo parere, di non poter essere felice.
In effetti se avesse trovato realmente una persona felice nello stesso luogo dove viveva lui e che conduceva più o meno la stessa sua esistenza, si sarebbe sentito male.
Decise allora di guardare oltre, di non perdere tempo con la “gentaglia” che gli strisciava miseramente attorno, con i poveracci che conducevano esistenze che “chiamare” vivere e non “sopravvivere” sarebbe stato uno sbaglio grossolano.
Uomini e donne con stipendi miseri tiravano avanti alla sperandio con affitto da pagare e figli da mantenere.
Doveva puntare più in alto.
L’occasione gliela diede il giornale che lesse quella domenica mattina nel bar dove andò per interrogare il giovanotto.
“Sabato prossimo Sandro Trapettoni incontrerà i giovani in piazza” Braco lesse la scritta che campeggiava in seconda pagina del quotidiano locale.
Fu come colpito da un fulmine. Se avesse avuto una lampadina in mano, questa, si sarebbe sicuramente accesa.
Aveva cinque giorni per preparare il tutto.

Continua ( sempre su questo post 28/09/2009 )

CINQUE GIORNI DOPO: OGGI.

Sono le undici di notte.
Un uomo passeggia per un vicolo nel centro della città. L’uomo alza lo sguardo. Nella fila di cemento e vetri composta dalle mure e le finestre una sola luce accesa. Da quella finestra esce una musica.
- Abbassa la radio Drogato!
All’uomo quella musica non piace e continua per i suoi passi.
Dentro quell’appartamento c'è Red che si sta pettinando, mentre balzella sul suo letto al ritmo del successo Pop del momento.
E’ su di giri il nostro amico. Pronto a sorridere ogni volta che l’espressione che regala allo specchio lo soddisfa.
Suono del campanello.
Red salta giù dal letto. Pensa che sia la sua vecchia vicina di casa che questo week-end non è andata a trovare la figlia e i nipoti nella casa di campagna e quindi non riesce a dormire, infastidita dal volume troppo alto del suo stereo. Con un coperchio da pentole copre le righe di colombiana e sbuffando e maledicendo i vecchi rompicoglioni va ad aprire.
- ciao Red! Fammi entrare ce l’ho fatta!
A trovare la figlia e i nipoti la vicina c’era evidentemente andata, in quanto dalla catenella emerge il faccione affaticato di Braco.
- E tu che cazzo ci fai qui a quest’ora? – gli chiede Red.
- Fammi entrare, non ce la faccio più – lo supplica Braco.
Appena Red toglie la catenella dalla porta Braco entra tirandosi dietro una sorpresa.
- Che cazzo sarebbe questo? – Red impallidisce di fronte alla stranezza che il suo amico ha portato con sé.
- E’ il persiano di mia nonna, ah forse tu non sei mai stato a casa di mia nonna e quindi non te lo potresti ricordare… Ah! Ah! senti che musica da sfigato, lo sapevo che era un discotecaro da quattro soldi.. – Risponde Braco.
- Lo vedo che è un tappeto. Voglio sapere perché si muove e che cazzo ci fa in casa mia –
- Lo sai che giorno è oggi vero? , certo che lo sai – gli chiede Braco.
- Sabato, brutto coglione e la gente il sabato, esce con gli amici, va a mangiare una pizza, va in discoteca, non si presenta a casa degli altri con tappeti arrotolati e … parla pure?
Dal tappeto cominciano ad uscire piccoli lamenti.
- Braco che.. chi c’è dentro?- Chiede Red.
- C’è la vittoria della nostra scommessa. – Gli risponde Braco alzando il mento.
- C’è una persona? Lì dentro? – lo interroga Red.
Il tappeto comincia a muoversi più forte ed ascoltandolo bene si può sentire una voce che dice “sì, sì mi aiuti!”.
Braco lo colpisce con un calcetto proprio nel mezzo.
- Mettiti questa maschera ora lo vedrai. - Braco porge una maschera da "Uomo Ragno" a Red, mentre si sistema sulla faccia quella da "La Cosa dei Fantastici Quattro".


CONTINUA (01/10/09)

Red è restio ad infilarsi la maschera in faccia, poi però quando vede che Braco s’inginocchia a terra e comincia a rompere lo spago che tiene legato il tappeto, l'indossa quasi istintivamente.
- Eccolo qua! – esclama Braco rivolgendo la testa incappucciata all’amico.
- Ma io questo, mi sembra.. lo conosco.. no! No può essere! Sei pazzo!.. Sei pazzo! Rimettilo dentro e portalo immediatamente fuori da casa mia! - Grida Red, mentre con una mano stringe e strattona la spalla dell’amico.
- Mollami vigliacco! Un patto è un patto! Certo che lo conosci, questa settimana era su tutti i manifesti della città. Caro mio, ho il piacere di presentarti Sandro Trapettoni! L’uomo più felice del mondo!
- Lo hai fatto per la scommessa.. brutto pazzoide, quella era solo un gioco, un modo per toglierti dalle palle almeno per una settimana, Cristo Santo, ad averlo saputo ti avrei chiesto di portarmi a casa la donna più ninfomane del mondo.
- Gioco o non gioco la scommessa è praticamente vinta. Ti aspetterò tutte le mattine davanti a casa per vedere se indosserai la maglietta con la scritta da cretino ah ah! non vedo l’ora. Avanti Sandrino, digli che sei felice!
Braco è in piena estasi, ma ancora la scommessa non è vinta. Trapettoni deve ancora confermare quello su cui Braco aveva puntato e che Red credeva impossibile, ovvero che al mondo esiste una persona veramente felice.
- Ma cosa dice? che è lei cribbio?! Mi liberi immediatamente o peggiorerà la sua situazione. -
Risponde Trapettoni alla richiesta di Braco.
- Devi dire se sei felice? – insiste Braco.
- Aspetta Braco, se la metti così allora la domanda falla fare a me, sei troppo nervoso ed agitato, e lo stai spaventando.
- Senta signor Trapettoni, io e il mio amico abbiamo fatto una scommessa. Abbiamo scommesso sul fatto che al mondo non esiste una persona veramente felice. Ora lei ci risponda e noi la lasceremo andare, la slegheremo, le infileremo una maschera e la porteremo in centro, la prego mi creda io non voglio farle del male e neanche il mio amico, ma vede lui è fatto così, quando si mette in testa una cosa..
- Mi faccia questa domanda e mi lasci andare – Risponde il Trapettoni.
- Lei è felice? – Gli chiede lapidario Red.
- Come fa a non esserlo… come fa a non essere felice, con tutte quelle donne, tutti quei soldi, le ville, se non è felice lui… - borbotta Braco.
- Ehi non influenzare la risposta o annullo la scommessa. – Gli intima Red.
- Felice? Mha… direi …. – Trapettoni comincia a rispondere-
Braco comincia a salterellare sulle punte dei piedi pronto ad alzare le braccia in segno di vittoria.
- Felice… Ho settantadue anni, faccio sesso con ragazze di venti, ho un aereo privato, la gente mi adora,.. felice… ma non diciamo cazzate per la malora! Come pensate soltanto che io possa essere felice! Guardatemi: porto i tacchi, mi trucco tutti i giorni come una donna, sono l’uomo più solo di questo mondo, non mi posso fidare di nessuno.. ma come pensate che possa esserlo? Sì lo credo anch’io, penso che a questo mondo non esista una persona veramente felice.-
Braco non gli fece finire la frase. Lo afferrò per i capelli e gli sferrò un colpo di tacco sullo sterno.
- Ed hai pure il parrucchino, maledetto nano – L'aggeggio posticcio rimane nelle mani di Braco dopo il calcio al petto.

CONTINUA (sempre su questo post)


Trapettoni è a terra che rotola con le mani premute sul petto. Braco infuriato perché capisce che ha perso la scommessa vuole rifarsi sull’uomo nel quale conservava tutte le sue speranze, anzi le sue sicurezze andate in fumo.
Gli si avvicina con l’intento di colpirlo di nuovo.
- Adesso ti ammazzo brutto schifoso.-
Red riesce a fermare l’amico che respira come un toro nell’arena.
- Che ti salta in testa? Lascia perdere! Annullo la scommessa! Annullo la scommessa!
- Red che succede?.
Dal bagno esce una donna vestita con un kimono e con i capelli bagnati.
Alla vista delle tre figure, le due mascherate e l’uomo che rotola a terra, la donna si mette a gridare.
- SSSS tesoro sono io!.- Red cerca di calmare la bionda che strilla come un pulcino in una mano.
Per farla calmare poi Red si toglie la maschera e la ragazza prende respiro.
- Ma perché ti sei messo sta cosa sulla faccia e chi sono loro? E perché quel signore sta male?
Chiede a Red la bionda dalle dolci forme e i capelli bagnati.
- Ci mancava anche la puttana! – Sbuffa Braco.
Trapettoni alla vista della ragazza si sente meglio. Trova addirittura la forza di alzarsi in piedi.
- Buona sera signorina, vorrei presentarmi sono Sandro Trapettoni-
- Ma è proprio lei.. non ci posso credere cosa ci fa qui? E’ amico di Red ?
- No signorina sono stato condotto qui mio malgrado da quell’energumeno con la faccia mascherata.
- E’ un cretino. Come fa a non essere felice, se non è felice lui a questo mondo chi può esserlo…chi?! – risponde disperato l’energumeno con la faccia da "La Cosa".
- Ma tu sei Braco, ti riconosco! Togliti quella stupida maschera che mi fai paura.
La Bionda riconosce la voce dell’amico del suo ragazzo.
- No! Potrebbe riconoscermi e dopo denunciarmi, non voglio andare in galera…in galera i nobili d’animo come me li fanno secchi entro la prima settimana se va bene, se va male li fanno diventare stupidi come Red..io lo ammazzo, lo ammazzo.
- Tu non ammazzi nessuno – Gli dice Red.
- Adesso chiediamo scusa a Trapettoni e penso ci perdonerà, non è vero? – guardando supplichevole il signor Sandro.
- Bhe per la malora, non dico lei che insomma ha la sola colpa di essere suo amico, ma il tipo lì dovrebbe essere rinchiuso e dovrebbero buttare via la chiave. – gli risponde Trapettoni
- La prego lei è così buono, sempre così gentile, non si potrebbe fare qualcosa per riparare?
Lo supplica la ragazza bionda.

Due ore dopo

I due amici sono seduti sul divano. Red sta fumando sconsolatamente una sigaretta dopo l’altra, Braco è con gli occhi sbarrati e le orecchie tese.
- Maledetto deficiente, ma perché ti sono ancora amico, guarda quello che mi hai fatto fare - gli dice Red.
- Su non prendertela, volevi passare il resto della tua vita in gabbia? – gli risponde Braco.
-Ahh, ahhh, ancora… ancoraaa- si sentono grida dalla camera da letto.
- Se tu non avessi fatto questa cazzata adesso io non sarei qui a pensare a Trapettoni che si monta Michela da due ore in camera mia.
Braco non risponde è troppo concentrato dai gemiti prodotti dai due amanti.
- Oh sì come godo!-
- Mmm “godo” dice la senti? – domanda Braco all’amico.
- Sei proprio un bastardo, da domani non farti più vedere, mi hai rotto le palle.. – Red parla ma senza rispondere alle sua continue domande.
- Mi piace sei fantastico, sì! –
- E’ fantastico – ripete Braco
- Fottuto figlio di puttana ma perché non ti fai vedere da uno specialista invece di…
- Sì così, così, mi fai felice! Sì – ancora le grida della ragazza a riempire l’appartamento.
- Ah ah sì! – grida Braco scattando in piedi.
- Che cazzo hai da sorriderti brutto cretino? - Gli chiede Red.
- L’hai sentita, l’hai sentita anche tu! – Gli dice Braco.
- Sentito cosa? Ma che cavolo vai blaterando? – Risponde Red.
- lo ha detto, lo ha detto, è lei! è lei!, l’hai sentita anche tu, lei ha detto che è felice ed io.. ho vinto la scommessa!
Red sprofonda con la faccia nelle mani mentre il suo amico con in testa la maschera da "La Cosa dei fantastici quattro" esulta ai copiosi amplessi dei due amanti provenienti dalla stanza accanto.

FINE


DISCLAIMER: "OGNI RIFERIMENTO A FATTI O PERSONE REALI E' PURAMENTE CASUALE"